Sabrina Ciccarelli

Sabrina Ciccarelli

Oggi, nel mio "Minuto di psicologia", vorrei spendere due parole buone su Maslow, uno dei maggiori rappresentanti della psicologia cosiddetta "umanistica". 

Maslow, in particolare, è il papà della rivoluzionaria "Teoria della gerarchizzazione dei bisogni".

Niente di nuovo, starai pensando, forse avrai già sentito parlare molte volte di Maslow. 

Ma anche se così non fosse, quando citerò la famosa “piramide dei bisogni” sarai il primo a dire: “Oh si, quel Maslow!”.

Abbiamo visto il celebre disegnino della piramide colorata di bisogni diversi riproposto in tutte le salse e ognuno, negli anni, ci ha aggiunto qualcosa di suo  ;-)

Foto dal web

Per farla breve, ciò che dice Maslow è che ci sono dei bisogni essenziali, o primari, come nutrirsi, fare sesso e avere un tetto. 

Soddisfatti quelli, l’essere umano comincia ad occuparsi gradualmente di tutti gli altri, fino ad arrivare a pensare che, per essere felice e godere di una buona autostima, egli debba auto-realizzarsi.

È a Maslow che dobbiamo l’utilizzo del termine psicologico “self-actualisation”, che usando le sue stesse parole:

Is about fulfilment - doing the thing that you were put on the planet to do. "A musician must make music, an artist must paint, a poet must write, if he is to be ultimately happy," 

Maslow scrive anche:

”What a man can be, he must be.”

Secondo il suo pensiero, ogni essere umano è una creatura originale e unica. 

Foto di Wendel Moretti (pexels)

Se conosci la mia passione per la crescita personale e il mio desiderio di aiutare più possibile le persone a fiorire nel modo che sentono più autentico e proprio, sai che queste parole bastano a rendermi molto simpatico questo nostro precursore.

Ma Maslow va oltre e afferma che mentre ogni uomo è unico, al contrario, i bisogni umani sono comuni a tutti.

Sono i bisogni a rendere uguali tutti gli uomini del pianeta: essi ci accomunano, possono essere condivisi e consentono, se soddisfatti, una vita più soddisfacente e piena di significato.

In un panorama dove le idee sulla psicologia umana si dividono fra psicoanalisti, che vedono le azioni umane come frutto di invisibili battaglie inconsce fra desideri, paure e divieti, e comportamentisti, che pensano che tutto venga appreso, disturbi compresi, grazie ad un meccanismo molto semplice di rinforzo esterno, la figura di Maslow è davvero rivoluzionaria. 

Grazie al suo lavoro l’attenzione viene gradualmente spostata sui bisogni interni e sulle motivazioni e la strada alla psicologia positiva può dirsi definitivamente aperta!

Ciò che mi colpisce di Maslow è il suo profondo ottimismo e la sua scarsa voglia di riempirsi la bocca di giudizi e paroloni, in un’epoca in cui fare questo poteva anche dare molto potere.

E lui invece, ragazzo ebreo cresciuto povero in un’America in piena crescita, non era interessato a questo. 

A lui non importava un ciufolo della malattia mentale, delle diagnosi, delle etichette.

Non gli fregava proprio niente di cosa potesse essere andato storto nella testa di una persona.

A lui interessava cosa potesse andare meglio.

E questo, secondo me, è uno dei messaggi più potenti e motivanti al cambiamento che possano esistere!

Quanto tempo risparmieremmo se smettessimo di etichettare tutto e tutti, se sospendessimo tutti i giudizi, se evitassimo di incasellare ogni situazione, ogni esperienza che ci accade?

Come migliorerebbe la nostra vita se superassimo le nostre convinzioni limitanti, se ci educassero sin da piccoli a dire a noi stessi e a chiedere agli altri semplicemente:

"Questo non funziona, è vero, ma cosa può andare meglio? Come posso migliorare la situazione? In che modo posso aiutarti a tirar fuori le tue risorse?"

 

Il nostro percorso di crescita all'interno delle nostre famiglie e a scuola, non sempre ci ha permesso di imparare a prenderci cura di noi nel modo corretto, spesso siamo stati vittime di un tipo di insegnamento frutto esso stesso di drammi e ferite non adeguatamente cicatrizzate o di programmi scolastici anacronistici.

È importantissimo quindi che iniziamo ad occuparci del nostro benessere e della nostra armonia interiore in autonomia, con le adeguate conoscenze e le giuste domande, perché non siamo mai troppo grandi per accrescere la nostra consapevolezza e per iniziare a volerci bene e a vivere in piena armonia con noi stessi!

 

p.s. Spero che Maslow ti abbia dato, oggi, un piccolo contributo per avviare questo tipo di domande. E se questo "Minuto di psico" ha fatto nascere in te delle riflessioni, sarò felice di leggerle!

Puoi mandare una mail qui sotto o inviarmi un messaggio w app con i tuoi pensieri e le tue domande : )

 L’11 Agosto 2021 è stata una data importante per me, per il nostro gruppo di amiche, ma anche per tutti gli abitanti del quartiere dove tu, cara Laura, hai passato i tuoi anni più luminosi: Casal Palocco.

In realtà, una data speciale lo è sempre stata, visto che in quel giorno d’Agosto cadeva il tuo compleanno ed è stata l’occasione che, per decenni, ci ha riunite tutte insieme a festeggiare. 

“Partite prima o dopo l’undici eh, non fate scherzi!”

Rivivo nella mia mente il suono della tua voce e della tua risata, mentre ci minacciavi in maniera scherzosa … ma non troppo! ; - )

Quest’anno l’11 Agosto è stato un po’ diverso, abbiamo brindato ad acqua e, per la prima volta, senza il tuo immenso sorriso ad illuminarci. Ma posso dire con certezza che tu sei stata presente in ogni sguardo, in ogni gesto ed in ogni abbraccio che ha accompagnato l’incontro fra me e le tue “ragazze”.

Il motivo della nostra riunione, in questo difficile giorno d’estate, è stato in realtà duplice: ricordare l’anniversario della tua nascita e anche posizionare una panchina che ricordasse a tutti noi la tua impronta preziosa qui, sul tuo territorio, fra la gente che ti conosce e che ti vuole bene.

Laura Moreschi, in arte Lalla Palla

Credo che non ci sia persona a Casal Palocco a non sapere chi fossi tu, cara Laura.

Eri rumorosa, solare, caciarona, irriverente. 

Una di quelle persone che, una volta entrate in un bar, in un negozio o in un ristorante, ne cambiano immediatamente la temperatura. Una sorta di stufetta umana dispensatrice di allegria e buonumore, impossibile non notarti, tu con la tua frezza viola, i tuoi occhiali fluo, i calzini sempre volutamente spaiati. Tu con la tua fragorosa risata che riportava alla vita e alla gioia anche il cuore più freddo. 

Le persone ti hanno conosciuta per ciò che eri ogni giorno nella quotidianità: una persona vera, autentica, che non faceva mistero delle proprie debolezze ma che anzi, le mostrava al mondo, utilizzando quelle piccole grandi ferite come enormi porte che aprivi, generosa, a chiunque vedessi soffrire. 

Di fronte al dolore non ti tiravi mai indietro, eri sempre pronta e in prima linea per aiutare gli altri, e posso dire che il volontariato è stata solo la punta dell’iceberg rispetto a tutto ciò che facevi. 

Ricordo i racconti delle tue giornate, quando partivi per fare la spesa e arrivavi a casa due ore dopo perché ti eri fermata ad accompagnare la vecchietta sotto la pioggia, o quando ti fermavi a raccogliere cibo e scatolame per le famiglie indigenti di Ostia, o quando mettevi insieme il latte in polvere e i vestitini per le associazioni delle mamme in difficoltà. 

Erano mille le cause che sposavi entusiasta e ogni giorno c’era un nuovo treno che partiva dalla stazione del tuo cuore grande.

E poi c'erano i bimbi del Bambin Gesù, quelli che chiamavi i tuoi bambini.

L’Ospedale Bambino Gesù e i tanti venerdì barrati in agenda

Ricordo con chiarezza uno di quei tanti venerdì che dedicavi al tuo volontariato. Il reparto di oncoematologia pediatrico del Bambin Gesù era per te una seconda casa e “I ragazzi della luce” una grande famiglia. 

Quel giorno era il tuo compleanno ed io ti ho accompagnata per conoscere quella parte così importante di te. Ti seguivo fra le corsie come un cocker che ha perso il cancello di casa, le orecchie basse ed il sorriso impacciato di chi entra in punta di piedi in un mosaico di dolori inenarrabili. 

Osservavo quel che facevi e cercavo di abbracciare con gli occhi tutte quelle creature, esserini vulnerabili che ovunque avrei voluto vedere tranne che in una stanza d’ospedale.

Tu, invece, eri a tuo agio e ti muovevi come un delfino fra le onde: scherzavi, facevi la matta tra un letto e l’altro, per ogni figlietto trovavi un soprannome, uno scherzo, una battuta. E loro si illuminavano, subito pronti a giocare e a ridere insieme a noi.

La facilità con cui entravi in contatto con i bimbi era un dono immenso che raramente ho incontrato nella mia vita, ma anche le mamme ti adoravano! Avevi il sorriso grande per i piccoli e le orecchie e le spalle ampie per gli adulti che cercavano disperatamente una direzione in quel caos di schiaffi che la vita stava generosamente distribuendo sulle loro facce stanche. 

Grazie alla tua carica, i tristi pomeriggi in ospedale iniziavano a colorarsi e a cambiare forma, come i palloncini che fra le tue mani diventavano buffi coniglietti da stringere al petto o lunghe spade per cavalieri erranti.

Felici i medici, felici i bimbi!

“I medici sono i più difficili da trattare!”, mi confidasti prima di arrivare in ospedale, mentre facevamo la "spesa grossa" da Alice Pizza.

“Sono diventati duri, rigidi, per tutto il dolore che hanno visto. Allora io porto un megavassoio di pizza per tutti, poi li chiamo nel cucinino, li faccio mangiucchiare, parlare e alla fine si fanno pure qualche risata. Me li coccolo. Tutti, eh! Medici, infermieri, portantini, inservienti... se sono sereni, poi son sereni anche i genitori che ci devono stare a contatto. Se sono felici i grandi, saranno felici anche i miei bimbi.”

Così ragionavi tu, senza troppe complicazioni. Quello che c'è da fare si fa e poche storie, non importa quanto alla fine costasse a te, come essere umano, tutto quel dare. Eppure tu mi dicevi che uscivi da lì "rigenerata". 

"Forse sono pazza io, che dici, Cicca?"

Che dico Lallina? Dico che tu stavi imparando lì, sulla tua pelle e a contatto con la Grande Sofferenza, quello che io avrei trovato sui libri di Psicologia Positiva: la felicità è una catena, cominci da un piccolo anello e poi aggiungi pian piano tutto ciò che abbiamo a disposizione, niente di impossibile... azioni semplici ma piene di valore, fino a trasformare quei minuscoli anellini in una splendida, elegantissima (insostituibile) collana.

La panchina dedicata a te

È stato solo per fare qualcosa di pratico, di materiale che una mattina mi sono svegliata con l’idea di fare qualcosa per onorare la tua memoria. Sarebbe bello poter avere una panchina, pensai, tipo quelle che ci sono nei parchi di Londra, la città che visitavi ogni anno per ritrovare e nutrire le tue radici. Un luogo fisico dove potere riposare e osservare il cambio lento delle stagioni. Ho subito contattato il tuo compagno Salvatore e le nostre amiche del cuore, quelle che scherzosamente abbiamo sempre continuato a chiamare “Le ragazze”, ed insieme abbiamo deciso che avremmo dato corpo all’idea.

E così, grazie al nostro lavoro comune e al prezioso contributo del Consorzio di Casal Palocco, l’11 Agosto 2021, la panchina è stata finalmente inaugurata.

La cosa più bella è stato vedere l’entusiasmo e il calore mostrato da tutti gli abitanti del quartiere. Chi chiamava per contribuire economicamente, chi per sapere se ci saremmo riuniti per portare un saluto alla nostra comune amica scomparsa. 

La panchina è stato un catalizzatore di bei pensieri e sorrisi, è stata l’occasione per sentirsi e vedersi con chi si era perso di vista e la prova tangibile che quando si muovono energie positive le persone sono ben felici di partecipare alle sfide.

Davanti alla morte, la felicità si spegne di colpo. Oppure no

È inutile dirlo, quando sei scomparsa di colpo è stato uno shock.

Per noi una perdita immensa.

La sorella che ho scelto per la vita improvvisamente non c’è più, non risponde al telefono, non passa per un saluto, non condivide con me le gioie e i pesi della vita.

Sono ancora dolorante e incredula di fronte a questo evento cosi immenso, così tragico, così difficile da comprendere.

Ho trovato però dei modi che mi aiutano a vivere con meno sofferenza questa vita senza te e spero che siano di ispirazione a chiunque provi il mio stesso dolore e si trovi a leggere questo articolo.

Le azioni che mi hanno aiutato sono poche e semplici e sono: 

1) Condividere il mio dolore con gli altri. 

2) Scrivere. Scrivere. Scrivere tutto ciò che provo e tutto ciò che ricordi la nostra vita insieme.

3) Fare qualcosa di pratico, che distraesse la mia attenzione da tutto quel dolore e mi facesse sentire utile.

4) Portare avanti il tuo messaggio d’amore.

Il progetto della panchina dedicata ha messo insieme un po' tutte queste azioni, permettendo a noi amiche di incontrarci e fare qualcosa di bello insieme, ma ha anche permesso a molte persone sconosciute di mettersi in contatto fra di loro ed incontrarsi, grazie all'amicizia che ci legava a te.

Sin dal giorno della tua morte ho potuto vedere quanto la tua perdita sia andata a colpire lontano, come un sasso che cade nel lago e continua per ore ed ore ad allargare cerchi sempre più ampi sulla superficie dell’acqua. Pensavo di conoscere tutto il tuo mondo, io e te eravamo unite da una vita intera. Invece continuavano ad uscire persone mai viste che mi raccontavano chi eri per loro: una persona davvero speciale. Quante vite avevi toccato e nutrito, mentre io guardavo altrove?

Il gioco dei messaggi e la memoria che resta viva

Ancora oggi continuo a ricevere testimonianze del tuo, spesso occulto, operato e questo mi ha spinto ancora di più a scrivere di te, a raccogliere le storie che ti riguardano. 

Alle spalle della panchina è stata posizionata una cassetta delle lettere.

Qui possono essere lasciati dei bigliettini con su scritti aneddoti, storie o disegni che riguardano la tua avventurosa vita. Spero che siano in tanti a lasciare una testimonianza, ed io mi occuperò di riunire tutte le storie e trasformare in un piccolo libro di ricordi.

Se riuscirò a farne una pubblicazione, potremo utilizzare i proventi per le cause che l'Associazione Lalla Palla sta continuando a portare avanti nel mondo, prima fra tutte l'adozione a distanza di un bambino e di una bambina ed il sostegno a tutto l'orfanotrofio che li ospita. 

Continuiamo, tutti insieme, a diffondere il tuo messaggio d’amore e di speranza di un mondo più allegro, impegnato e soprattuto ... di un mondo che sappia elevarsi più spesso all'altezza di ogni bambino.

 

 

 

(p.s. riservato agli amici di Lalla: per dare uno sguardo a tutti i progetti che l'associazione Lalla Palla Onlus sta portando avanti con passione e per donare ecco qui il link. Intanto grazie a tutti i miei amichetti per le donazioni che hanno permesso la realizzazione della panchina: grazie alle foreverfriends, al Consorzio di Casal Palocco e a tutti quelli che hanno partecipato con il pensiero <3) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giorni fa ho vissuto un’esperienza molto intensa che mi ha permesso di sperimentare una vera e propria ricarica di energia e di benessere e che mi farà vivere in modo nuovo la mia grande passione per il mare: la pratica della SupMindfulness.

Mi sono avvicinata a questa attività grazie al mio amico Stefano Borzacchiello, che ha realizzato in poco tempo un bellissimo progetto nato dalle sue grandi passioni per la vela e per il lago.

Stefano è un giornalista, scrive di motociclismo, ha prodotto un podcast, ma soprattuto è un family man, essendo un compagno ed un papà molto presente. Ai miei occhi, è soprattutto una persona  molto ricca di risorse interiori, molto gentile e tanto, tanto piena di entusiasmo per la vita.

Grazie alla sua preziosa guida, ho potuto scoprire la SupMindfulness, un’incredibile  risorsa che riesce a fondere il mio desiderio di immersione totale nella natura con la meditazione Mindfulness, praticata in un contesto incantevole e suggestivo.

In realtà, anche se ho parlato del mio amore per il mare, per il mio “battesimo” ho dovuto trascorrere varie ore in treno e raggiungere un fiume, il Ticino, nel punto esatto in cui si getta nelle verdi e tranquille acque del Lago Maggiore. Per me è stato molto d’ispirazione pagaiare seguendo Stefano e avere la prova che ho ancora tante cose da scoprire e coltivare per aumentare la mia energia ed il mio benessere!

Non è stato un periodo facile questo nato dall’interminabile 2020.  E a me serviva qualcosa di potente per reagire e ritrovare la forza di mettere un passo dopo l’altro.

 

Quando la vita ci atterra, dobbiamo solo tornare ad agire

A volte, quando le difficoltà della vita ci atterrano, può capitare di sentirci sopraffatti di perdere la facoltà di emozionarci. 

È in quel momento lì, proprio quando meno ne sentiamo il desiderio, che è necessario fare un piccolo sforzo per uscire dal nostro cerchio di dolore. Anche una piccola azione, come fare una nuova esperienza, è in grado di riuscire a sciogliere il guscio di negatività che può abbassare il nostro livello di energia. 

Solo agendo, possiamo tornare ad emozionarci. 

Ma come capire qual è l’azione giusta da fare, se non ci va di fare proprio niente-niente?

Io uso un semplice trucco: lascio gli occhi aperti e le antenne in movimento per captare quei piccoli segnali che vibrano in me quando qualcosa di possibilmente divertente appare nel mio orizzonte. 

Questi piccolissimi segnali di interesse possono portarci a scoprire delle vere e proprie nuove passioni, se non li sommergiamo con i ma e con i e se poi che pretendono di seguirci ovunque.

Mentre ascoltavo Stefano parlare del suo progetto ho sentito un segnale di allerta: erano evidenti la passione che aveva messo nel lanciare la sua attività e i benefici che offriva la meditazione sul Sup, e questo entusiasmo era davvero contagioso!

Così, ho lasciato a casa i ma e i e se poi e ho deciso di provare. Dovevo solo fissare la data e partire.

Le emozioni, una strada sicura verso le azioni "giuste" per noi stessi

Al tempo, Stefano ed io non ci conoscevamo personalmente: ho ascoltato il suo progetto insieme ad un gruppo di amici sparsi in tutta Europa durante una lunga call. In quell'occasione, Stefano raccontava in maniera molto coinvolgente l'importanza della Mindfulness,  descriveva il suo nuovo sito web e la puntata del podcast in cui narra cosa significhi per lui salire sulla tavola quando ancora deve sorgere il sole, la bellezza del poter immergersi nei suoni, nei colori e nei profumi del lago. 

Noi ascoltavamo i contenuti del suo discorso ma in realtà ciò che arrivava forte a me era l’emozione che traspariva nel parlare di questa sua passione.

Ricordo i suoi occhi accendersi ed il sorriso spuntare fuori mentre si perdeva nel ricordo delle sue uscite alle 7 di mattina... “Quando ancora tutti dormono e il lago è una tavola immobile da accarezzare con la pagaia”.

“Mi piace questa cosa!” ho pensato subito… e in un attimo già mi ero vista a sguazzare insieme alle paperelle meneghine, un respiro dopo l’altro, per poter diventare in un solo attimo quel piccolo pezzetto del meraviglioso Tutto che vibra fuori e dentro ogni nostra umana cellula.

E ora, a distanza di pochi giorni… posso testimoniarlo! Mettermi d'accordo con il resto del gruppo e provare la SM è stata un’esperienza molto ricca di significato, che consiglio davvero a tutti!

Ma prima di entrare nel vivo del mio racconto … facciamo un piccolo passo indietro e spieghiamo in tre parole che cos’è la Mindfulness.

Se conosci già questo tipo di meditazione puoi saltare il prossimo paragrafo o goderti un piccolo ripasso ;)

 

La Mindfulness in tre parole  

 

“La Mindfulness è l’energia dell’essere consapevoli e svegli nel presente. È la pratica costante di toccare la vita profondamente in ogni momento.”

Thich Nhat Hanh

Che cos’è la MindFulness?

Chi si aspetta una tecnica rimarrà, forse, deluso. 

Con Mindfulness s’intende più un’attività che una teoria, un modo di vivere nella consapevolezza del momento presente, abbandonando il giudizio e lasciando che l’attenzione si focalizzi su quanto sta accadendo dentro di noi e attorno a noi. 

Attraverso la Mindfulness possiamo allenare la nostra capacità di fermare la mente nell’attimo che stiamo vivendo, nell’azione che stiamo compiendo, puntando lì tutta la nostra attenzione ed impedendo che questa cada nell’appiccicosa pece del passato o nel fumoso precipizio del futuro.

Solo così, immergendoci nel Qui ed Ora, possiamo avere delle autentiche illuminazioni che ci portano ad esperire la vita nella sua autenticità più profonda.

Sembra una roba difficilissima, al contrario… è sufficiente saper respirare! 

Provare per credere ;)

SupMindfulness: quando la Meditazione avviene pagaiando

Detta così anche la SupMindfulness potrebbe sembrare una cosa per “addetti ai lavori”. 

Al contrario di ciò che può ispirare in chi non è abituato a meditare, essa è un’attività divertente, piena e anche energizzante, perché si fa un sacco di movimento!

Chiunque a qualunque età e in qualunque stato di “allenamento” può godere dei benefici della SupMindfulness.

Non serve avere per forza equilibrio, per restare in piedi sulla tavola (anche il più timoroso dopo vari tentativi riesce) e neanche essere abili a pagaiare!
Il Sup può essere manovrato anche seduti o inginocchiati e il movimento delle braccia che serve per spostarsi sull’acqua è davvero facilissimo da apprendere. 

Non serve neppure saper meditare: la Mindfulness è una pratica molto semplice e durante questa esperienza essa viene guidata dall’istruttore in ogni sua fase, in modo che l’attenzione della persona possa senza sforzo rimanere focalizzata sul Qui ed Ora e sulle sensazioni che colpiscono i nostri sensi mentre pagaiamo sul fiume.

E per i più pigri o timorosi (ebbene si, ho provato volentierissimo anche questa versione!) c'è anche l'opzione one to one, una formula pensata per chi non avverte il desiderio di mettersi alla prova fisicamente ma ha comunque curiosità di sperimentare la meditazione guidata e voglia di vivere a fondo la magia del lago.

Non resta che … lanciarsi e sperimentare!

 

SupMindfulness: pro e … benefici sul corpo e sulla psiche 

Sono tanti i benefici che la SupMindfulness apporta al nostro benessere, a fronte di nessun "contro" ;)

Primi fra tutti ci sono gli effetti che questa ha sul nostro umore e sul livello della nostra energia percepita.

Ecco alcuni tra i principali fattori che facilitano quello stato di pace e serenità sperimentabile dopo una sola lezione in tavola e che possono muoverci a fare il primo… affondo di pagaia!

L’esercizio fisico

Praticare la SM permette di muoverci, di allenare ogni singolo muscolo del nostro corpo e di farlo divertendoci e per tutto il tempo che desideriamo stare in acqua. Come è noto a tutti, il movimento ha un’azione benefica non solo sul fisico, ma anche sulla psiche, stimolando il nostro corpo a produrre naturalmente i neuromediatori chimici necessari ad innalzare e mantenere buono il livello del nostro umore.

La meditazione

I benefici della meditazione sono tanti e la sua azione benefica sulla nostra mente è ormai dimostrata scientificamente. Studi fatti utilizzando la risonanza magnetica, mostrano chiaramente quanto la struttura stessa del cervello venga modificata dalla meditazione: alcune aree cerebrali cambiano forma dopo soli sei mesi di pratica meditativa! I benefici sono notevoli: le persone che meditano sono più calme, più centrate, mantengono meglio l’attenzione sui compiti e sono anche mediamente più gentili con gli altri e soddisfatti della propria vita.

La totale immersione nella Natura

È una sensazione bellissima potersi immergere completamente nel concerto di suoni e colori che la natura mette a nostra disposizione. Uscire in tavola ci consente di connetterci con la forza gentile del fiume, con l'immensità del cielo sopra di noi, con la carezza del vento e con tutto quel mondo animato che senza grosse parole esprime appieno il miracolo della vita.

L’allenamento al coraggio

Togliere i vestiti, indossare un giubbotto salvagente e salire su una tavola sono semplici azioni che possono aprire delle piccole porticine dell’anima e risvegliare l’Amerigo Vespucci che dorme in ognuno di noi ;). 

Praticare la SM fa emergere il lato avventuroso che spesso dimentichiamo nella frenesia della vita cittadina e allena il nostro coraggio: è meraviglioso allontanarsi dalla riva e dalle certezze che ci accompagnano durante le nostre lunghe giornate, lasciare a terra ruoli, doveri, scadenze e, semplicemente, pagaiare alla ricerca del panorama più intenso, o di tutte quelle piccole anse nascoste dove avventurarsi inseguendo le piccole folaghe o raggiungendo il pigro gabbiano appollaiato sulla boa più lontana.

La nascita di nuovi contatti e il fiorire di nuove amicizie 

La SM è un’attività che può essere praticata da soli con l'istruttore o in piccoli gruppi. Essa ha un effetto aggregante molto forte e aiuta a stabilizzare i legami grazie al divertimento e anche agli intensi momenti di connessione che si sperimentano meditando.

Essa ci permette di incontrare nuovi amici o di passare del buon tempo con chi amiamo in libertà e spensieratezza. Il che, diciamolo … non guasta mai! :) A me ha permesso di conoscere Stefano e altri nuovi preziosissimi amici e di costruire in pochi giorni dei legami e delle collaborazioni molto importanti, che ancora devono fiorire in tutto il loro splendore.

(Grazie SupMindfulness, grazie Stefano e un grazie anche ai SummerCamperisti... Lenok, Simo e Marta, Nicolas, Sara Soul and Sara Blond, Lori Volpi, Lori CO, Roberta Cip, Stella, Maria, Claudia e Seve. Abbiamo ancora tanti fiumi e mari inesplorati da attraversare insieme ;) ) 

 

 

 

 

 

 

 

Giorni fa, parlando di psicologia e di fioritura personale con il mio amico Nicolas, sono incappata in questa sua domanda:

"QUAL È STATA L'ESPERIENZA CHE TI HA CAMBIATO LA VITA?" 

Istintivamente ho risposto "Mi ha cambiato la vita l’esperienza di diventare Mamma", ma ho dovuto riflettere un po’ per trovare i cambiamenti più nascosti, quello che vanno aldilà del fatto scontato che certe emozioni siano davvero talmente potenti da non poter essere neanche spiegate. 

Ho scritto per un’ora di fila guardandomi dentro.

Questo che segue è un condensato delle mie riflessioni.

L'esperienza che più mi ha cambiata? Diventare Mamma

Tra tutte le esperienze fatte, quella che ha avuto un impatto più significativo sulla mia vita è stato sicuramente il fatto di diventare mamma. Ho imparato molte cose nuove su me stessa e ho dovuto rivedere e correggere molte idee che avevo sul mondo.

Il primo cambiamento: la libertà non è lì dove credevo 

Per prima cosa ho acquisito una nuova visione del concetto di libertà.

Sicuramente è diventato più importante “restare” che “andare”, fatto che non avrei mai creduto possibile… essere felice in un solo posto, con un solo uomo, con le stesse abitudini sempre, day by day "per l’eternità". 

E invece poi, anche quando passa la magia iniziale (Si... con i bimbi che tolgono ogni energia la complicità di coppia può anche vacillare o svanire), desiderandolo, si trova il modo di riemergere, di star di nuovo bene insieme, di  rinnovarsi. 

“Perché tanta fatica cara mia? Non sarebbe più semplice cambiare o andarsene altrove?”

Questo mi sarei detta prima di diventare mamma. Sarebbe più semplice, si, ma meno efficace.

Perché?

È una questione di felicità condivisa.

Il secondo cambiamento: la piena felicità esiste dove non c'è sofferenza

Per una Mamma è impossibile raggiungere la felicità da sola. Questo perché quando diventi genitore resti un individuo con i tuoi bisogni, ma divieni anche sensibile ai bisogni di tutti coloro che ti stanno più vicino: quelli dei piccoli, quelli del partner (la cui soddisfazione o meno impatta fortemente sugli equilibri di tutti) e quelli del gruppo famiglia, che è un “animale" a sé.

Se il gruppo famiglia soffre, è davvero impossibile che tu possa stare bene. Diventando genitore diventa molto più chiaro il fatto che la tua felicità sia frutto anche della felicità di chi ti sta intorno. 

La costanza e la resistenza: come si modificano nel corso del tempo

Oltre a cambiare i miei concetti di libertà e di felicità, mi sono scoperta molto più resistente e costante di quanto pensassi. Prima della maternità mollavo prima la presa se le cose si mettevano male, ora sono un pitbull. Anche prima lo ero, se ci penso… i sacrifici fatti per laurearmi e poi tutti quegli anni di specializzazione più gavetta. Non posso dire di aver solo disperso energie. Però nei rapporti personali o nell'inseguire i miei sogni ero decisamente meno combattiva e tenace. Ora diciamo che sono lo stesso pitbull, ma ben allenato. Le difficoltà affrontate durante la crescita dei bambini hanno sicuramente rinforzato le mie capacità di resilienza e aumentato in me la capacità di distinguere le cose serie da quelle per cui non vale la pena perdere il sonno. 

Anche il mio concetto di responsabilità è in qualche misura cambiato: prendersi cura quotidianamente di altre due vite toglie molti strati di superficialità a certe scelte.

Amare e dare valore alla vita. Il cambiamento più importante di tutti

Tra tutti i cambiamenti apportati dalla mia nuova condizione di mamma, quello più importante è stato sicuramente percepire un maggiore attaccamento alla vita, come se morire non fosse più un qualcosa che “Se accade fa niente tanto le mie cose le ho fatte”. 

No.

Diventa improvvisamente importante vivere, esserci ora. 

E non per me … non solo, almeno. Diviene essenziale pensare di poter continuare a proteggere e a nutrire i figlietti in tutti i modi possibili e per più tempo possibile. Questo può generare qualche ansia, ma anche a questo si trova rimedio. (Dicono che leggere buoni articoli aiuti moltissimo ;) ).

Ecco. Non so se diventare genitore cambi la tua vita, non per forza questo deve accadere.

Sicuramente ti cambia la testa.

Non so neanche se con queste mie parole posso aver fatto passare a qualcuno il desiderio di procreare, spero di no.

Complessivamente io sento di essere meno peggio oggi di alcuni anni fa, grazie a questa esperienza ❤️, dunque consiglio... almeno... di non averne paura.

 

Linda Palombo adora la natura, la scienza, la psicologia, la lettura e soprattutto la scrittura in tutte le sue forme, ma è anche profondamente attratta dalla spiritualità e dalle tematiche legate all’Oltre Vita. Impossibile non rimanere affascinati dal suo racconto! Se prima di intervistarla avevo una bella idea di lei, dopo l’intervista non posso che volerla come amica!

Se volete scoprire tutti i motivi che mi hanno avvicinata e poi legata a Linda, seguitemi nella seconda psicointervista della Rubrica "Storie di Fioritura"!

LINDA E LA SUA STORIA DI FIORITURA

Ciao Linda, ho deciso di intervistarti all’interno del Laboratorio di Fioritura perché seguo da un po’ di tempo il tuo lavoro e so che hai aperto un blog, anche tu hai la passione per la scrittura!

E poi so che c’è in ballo un nuovo progetto… ma per ora mantengo il segreto…!

Ti ringrazio per avermi invitata! Trovo molto interessante il progetto del Laboratorio e mi piace come tratti la psicologia, è una materia che ho sempre amato! Anche se poi mi sono iscritta a fisica…

Dalla fisica sei partita e alla fisica sei tornata. Ma partiamo dall’inizio! 

Bene. Mi sono laureata nel 2002, anno in cui è nata la mia prima bimba. Dopo la laurea mi son presa due o tre anni per dedicarmi alla famiglia ma anche per capire ciò che volevo fare della mia vita.  Avevo capito che la fisica non era la mia strada, era troppo stretta e una materia così astratta, a quel tempo, non mi faceva sentire utile.

Fermarmi, prendere una pausa è stato un momento di fioritura.

Mi son detta: “Analizziamo bene ciò che voglio fare, il contributo che voglio dare al mondo”. 

Sentivo forte l’esigenza di aiutare e così mi sono dedicata all’ambiente. 

Volevo contribuire a creare un mondo migliore, più attento agli equilibri ambientali.

Ho fatto dei corsi e dei master in Educazione Ambientale e materie affini che mi hanno permesso di iniziare a lavorare come consulente nelle scuole, poi ho avuto degli incarichi come consulente per il Comune. Nel frattempo ho iniziato a dare ripetizioni in fisica e ho capito che era la strada giusta per me quando ho visto che le ragazze che seguivo iniziavano ad avere buoni voti, questo mi ha portato a voler iniziare le supplenze a scuola. Poi sono arrivati gli altri due figli e mi sono trovata sovraccaricata: ho dovuto scegliere cosa tagliare.

È stato un momento difficile. Come lo hai affrontato? 

Mi sono presa un’altra pausa. Ho vissuto l'arrivo del terzo figlio come un dono.

Attraverso questo evento sono riuscita ad arginare il senso del dovere che mi aveva travolta.

Ho iniziato a fare la mamma a tempo pieno, ma questo bimbo mi ha messo a dura prova. Aveva le coliche, non dormivamo mai. Quando aveva otto, nove mesi ero esaurita. C’era lui, con le sue esigenze totalizzanti ma c’erano anche gli altri due che reclamavano la mia attenzione ed io ero preda della rabbia e delle emozioni dolorose per non riuscire a trovare spazio per me. 

LA MATERNITA' E LE SUE EMOZIONI AMBIVALENTI. ECCO COME USCIRNE PIU' FORTI

Con questo racconto tocchi un tasto dolente. Da mamma ti capisco bene e da professionista so che viene fatto troppo poco per sostenere le mamme. Spesso ci troviamo sole in questo calderone di sentimenti contrastanti: rabbia, senso di colpa, frustrazione, tanta ambivalenza, vorresti uscirne ma non sai come. Tu come hai agito?

Ho chiesto aiuto. Nel 2019 ho intrapreso un percorso psicologico che mi ha aiutata a capire che non c’era niente di strano in ciò che provavo e che avevo diritto di prendermi i miei spazi.

Se volevo nutrire gli altri dovevo per prima cosa riossigenare me.

Non c’era altro modo per tornare ad essere presente al meglio.

Sei stata moto coraggiosa e molto brava a chiedere aiuto e la tua testimonianza può essere di sostegno a tutte le donne che attraversano questo tunnel.  Siamo “mamme normali” anche sperimentando queste emozioni difficili ed è “normale” anche chiedere aiuto, sebbene non sia facile. 

Vero. Se poi impari a chiedere lo fai sempre e senza sforzo. La psicologa mi ha aiutato a domandare aiuto anche alle altre persone. Avevo tante remore nel chiedere: se si trattava di lavoro mi sembrava giusto coinvolgere mio marito, ma domandare del tempo libero per leggere un libro, mi sembrava … un lusso! Invece poi ho visto che mio marito era disponibilissimo perché ha capito subito che il mio tempo mi serviva, che era utile a tutti che mi riposassi! 

E poi io fremevo perché avevo voglia di creare il blog!

Quando ho compiuto quarant’anni ho capito che potevo creare un lavoro mio, dove potevo riunire tutti i miei interessi: la fisica, le tematiche legate alla maternità e alla cura dell’ambiente, la lettura, la scrittura. In un blog avrei potuto condividere tutto ciò che mi era stato utile a migliorare la mia vita. 

IL MOMENTO DI FIORITURA: LA NASCITA DEL BLOG

E così nasce RiEquiLibrarsi.com

Esatto, nasce per condividere risorse esperienze e libri per vivere meglio. Le lettere maiuscole sono per “Risorse Esperienze Libri”. È un blog dove parlo delle mie esperienze e inserisco spunti di riflessione che traggo dai libri che leggo, idee che in me hanno aperto altre prospettive.

Come nasce questo progetto?

Il blog nasce durante la pandemia. Grazie al fatto che mio marito era a casa dal ristorante, ho avuto da lui tanto sostegno e ho potuto concentrarmi, scrivere, correggere. La spinta per far partire il blog è arrivata perché ho avuto più tempo per me, ma anche grazie al flusso di esperienze forti che abbiamo subito un po’ tutti. Il fatto di avere sentito la morte più vicina è stato decisivo. Nel 2020 mi son detta “Non posso più rimandare. I miei figli non mi conosceranno se non riesco a tirar fuori ciò che è dentro di me. E se non piace … pace! Non è che ambisco a premi o a riconoscimenti, voglio solo uscire fuori dal mio guscio, creare qualcosa che mi rappresenti, un angolino per accogliere vecchi nuovi amici e condividere emozioni e esperienze conoscenze e riflessioni.

"MESSAGGI DALL'ETERNO". COME NASCE E COSA RACCONTA

Io ho letto i tuoi articoli e li trovo molto belli. Complimenti per quello che fai. Hai detto una cosa che mi ha colpito molto: "Se non scrivo i miei figli non mi conosceranno". Ognuno di noi ha l’ambizione di lasciare una traccia nel mondo e noi che abbiamo dei figli, in particolare, ci teniamo che resti loro qualcosa, un messaggio. Questo mi fa pensare al secondo tuo progetto, il tuo libro. Vuoi parlarne?

Il libro è la trascrizione di un vecchio manoscritto scritto dal mio nonno materno, nonno che non ho mai conosciuto fisicamente, perché è nato nel 1907 ed è morto nel 1967. Il manoscritto è una sorta di sceneggiatura.

Si racconta di un uomo che si trova a vivere un’esperienza di pre morte: attraverso l’incontro con uno spirito guida, egli si trova a riesaminare la sua esistenza e le conseguenze delle proprie azioni su quella degli altri. In questo viaggio tra la vita e la morte il protagonista riceve delle conoscenze che al risveglio lo porteranno a cambiare la sua realtà. 

Nel manoscritto ci sono degli elementi autobiografici, che ho conosciuto grazie ai tanti dialoghi che ho avuto con mia mamma. Il nonno era una persona molto particolare, ho trovato delle sue poesie che poi metteva in musica, aveva tante doti. Una di queste era, forse, quella di essere in contatto con altre dimensioni, o comunque, ci sono stati degli episodi un po’ strani da spiegare. 

Interessante. Puoi raccontare uno di questi episodi ai lettori del Lab? 

Si. È famoso quello del permesso che aveva ricevuto durante la guerra. In una lettera il nonno ricordava di aver ricevuto un permesso per tornare dalla Sardegna. Per farlo doveva prendere una nave, ma non si sa come a lui era stato “suggerito” di non imbarcarsi. Aveva anche cercato di convincere il suo compaesano a non partire,  ma lui non volle ascoltarlo e la nave, purtroppo, fu silurata. Se lui avesse preso quella nave, non ci sarebbe stata la mamma e non ci sarei stata neanche io. Strano, no?

Direi di si. Sono episodi che colpiscono.

Questo nonno io l’ho amato, pur non avendolo conosciuto.

Ho scritto la sua storia, ho letto il copione cercando di mantenerlo intatto, senza romanzarlo e lasciando il messaggio nella sua forma originaria. Ci sono delle indicazioni buffe ed in alcuni passi è anche divertente. Nella parte finale, ho aggiunto delle note dove spiego l’esistenza di alcuni personaggi e dei riferimenti storici. Certi personaggi  descritti, infatti, sono realmente esistiti.

Ho aggiunto una poesia che ho scritto io, dedicata a mia nonna, l’unica nonna che ho conosciuto. È stata lei a permettergli di scrivere e di realizzare il suo progetto, era lei a mandare avanti tutto. Il nonno era un visionario, mentre la nonna sapeva mandare avanti il negozio e tenerlo un po’ a bada. 

Alla fine del libro ho aggiunto un dialogo che ha scritto Elena Bernabè, in questo dialogo il nonno si rivolge a me. È molto toccante perché lui mi dona la sua benedizione, dice che il libro lo scrive per affidarlo a me, come se fosse una vera e propria staffetta di vita. 

Ho i brividi solo a sentirti parlare di questa storia Linda.  Il tuo racconto è emozionante e mi spinge a leggere subito il tuo libro, anche se ho una pila lunghissima che mi aspetta sul comodino! Come si chiama vogliamo dirlo?

Il libro si intitola “Il messaggio dall’eterno” che è il titolo dato dal nonno, e poi io ho aggiunto il sottotitolo  “La vita che continua e svela il proprio senso attraverso un vecchio manoscritto”

LE PILLOLE DI LINDA

Un’ultima domanda per chiudere questa intervista. Tu sai che nel Laboratorio si parla di fioritura e tu hai fornito tantissimi esempi di momenti in cui ti sei fermata e hai seminato per poi fiorire in una diversa forma. Cosa consiglieresti a chi si trova bloccato in un momento in cui sembra che la vita non vada avanti,  a chi si chiede qual è il proprio ruolo nel mondo?

Alle persone bloccate o in crisi io consiglierei di fermarsi, osservarsi e ripensare alla propria vita, anche alle zone d’ombra. Quali sono le costanti? Per me sono state la lettura e la scrittura. Poi… sembra tetro, ma l’argomento della morte per me è molto utile.

Se si comincia pensando alla fine, pensando a quello che si vuole lasciare, alla persona che si vuole diventare, ai valori che si vogliono trasmettere, tutto assume un senso diverso. 

La fretta, il compitino, la riunione, tutto diventa relativo di fronte alla potenza di una vita che può contribuire a fare la differenza. 

Bisogna cercare di capire i messaggi che si vogliono lasciare, le paure che si vogliono superare. Io ho fatto tanti esercizi di scrittura. Un libro che anche il nostro amico Severino Cirillo consiglia sempre è l’Ikigai, aiuta a chiarire ciò che ci piace, ciò che sappiamo fare, ciò di cui il mondo ha bisogno e anche ciò per cui possiamo essere pagati. 

Un altro esercizio che mi ha aiutato è stato domandarmi:

“Se non avessi paura, che cosa farei?” 

Senza la paura di fallire o quella del giudizio degli altri, cosa farei? E cosa mi sta frenando? Io ho riposto a questa domanda. All'inizio mi dicevo "E se io, laureata in fisica, vado a parlare di spiritualità, di reincarnazione, mi diranno, questa ha perso il cervello!" "E vabbè" mi son risposta "Pace! Pensatelo pure. Io sento che c’è qualcosa di più che va oltre i nostri sensi".  Ci sono troppi eventi strani e anche a me ne sono successi.

Tutte le vite sono piene di questi eventi, solo che le persone fanno fatica a riconoscerli a dar loro valore, un po’ perché abbiamo paura di passare per matti e un po’ perché anche noi abbiamo più facilità a credere nelle cose che vediamo piuttosto che in quelle che sentiamo. Per me è importantissimo tenere tutte le porte aperte. Inoltre, non è affatto tetro pensare alla morte come spinta alla vita, non c’è propulsore migliore per capire che il nostro tempo è limitato e che quello che dobbiamo fare lo dobbiamo fare subito, senza aspettare che sia troppo tardi.

Per me il momento di svolta sono stati i quarant’anni. Quell’età mi ha aperto nuovi orizzonti e non era tardi, era il momento giusto. Quando sei troppo giovane non hai modo di avere abbastanza esperienze e non puoi scegliere in maniera consapevole. A vent’anni è normale che si prendano delle strade che non è detto che siano quelle giuste o che evolvano nel giusto modo. Io alla fisica sono tornata, ma dopo un lungo giro.

E che giro!

Grazie Linda, oggi hai dato una testimonianza meravigliosa di quanto ognuno di noi possa, ascoltando la propria chiamata interiore, realizzare ciò che sente più importante per se stesso. Questo, come ben racconti tu, si può fare a qualunque età e partendo da qualunque strada. Basta metterci grinta, desiderio, azione e tanto tanto amore per ciò che si fa. 

La tua storia mi ha emozionata tantissimo e credo possa essere utile a molte persone che hanno bisogno solo di fermarsi e concedersi il permesso di ascoltarsi e fiorire.

Gazie a te Sabrina, ci vediamo presto!

Immagino proprio di si :)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

R. è la mia insegnante di Yoga. 

L’ho conosciuta tre anni fa quando ero in lutto per la fine del mio periodo Hip Hop e quando pensavo che mai più niente mi avrebbe appassionato come la danza.

Poi è arrivata lei, con la sua voce dolce e pacata, i capelli biondi raccolti nella lunga coda ed il sorriso che le illumina gli occhi chiari e sinceri. Non avrei mai pensato che da quel corpo gentile potesse sprigionare un’intensità ed un energia tale da travolgermi letteralmente. In poche lezioni mi sono appassionata di Yoga Vinyasa e ho capito in breve tempo come i movimenti uniti alla respirazione, insieme a quei pochi costanti minuti di meditazione, fossero in grado di donare un beneficio incredibile al mio tono dell’umore e molta felicità in più alle mie giornate.

Dopo la lezione, ci siamo talvolta fermate a fare due chiacchiere e nel tempo siamo entrate sempre più in confidenza fino anche a collaborare in un progetto di formazione che univa la danza alla psicologia, insieme al mio amico coreografo Daniele Vitale. Conoscendo la sua storia ed sapendo del grande desiderio che R. è riuscita a realizzare, ho deciso di farne la mia prima ospite nella Rubrica “Storie di Fioritura”

Ma cominciamo dall’inizio…

La mia fioritura ha un nome: Giulio

R., tu sai che io faccio delle psico interviste dove parlo di fioritura, di quanto accade ad un certo punto nella nostra vita, spesso anche dopo un momento di stasi o di tristezza poi ci sentiamo tornare alla vita. Qual è il momento di fioritura che vuoi raccontare? Che nome ha la tua storia di fioritura?

La mia storia di fioritura inizia sicuramente quando ci è stato comunicato che esisteva un bambino che sarebbe arrivato a noi.

Stai parlando di Giulio, il bambino che tu e David avete adottato.

Si, di lui e del mio percorso per diventare mamma. 

Ok, prima di parlarne di entrare nel vivo della storia ti chiedo di presentarti brevemente.

Sono R., ho quarant’anni e sono un’insegnante di Yoga.

Lavoro anche con i bambini da 0 a 14 in una scuola come insegnante di inglese e sono sempre un po’ alla ricerca. Sono una persona che ama interrogarsi. Fin da piccola ho provato a guardarmi dentro, a cercare e questo mi ha creato molti disagi, soprattutto in adolescenza perché cercavo sempre qualcosa che non avevo a portata di mano.

Da allora, la mia ricerca interiore non mi ha mai lasciata ed è ciò che continuo a fare attraverso lo Yoga, è un lavoro continuo su di me, anche se non è sempre facile e spesso la realtà “rema contro”.

Quando riesco a dedicarmi del tempo, riesco ad ascoltarmi e con quel break di ricarica riprendo l’equilibrio.

Insegnare Yoga è un lavoro che hai scelto. Quanto pensi che sia importante scegliere un lavoro che rispecchi la tue chiamata interiore?

All’inizio del mio percorso con lo Yoga lavoravo meno come insegnante e riuscivo a fare delle pratiche personali più numerose, seguivo le lezioni di altri insegnanti e quindi lo vivevo come un momento di benessere e di crescita per la mia persona.

Anche ora sto tornando a viverla cosi, ma c’è stato un momento in cui insegnare Yoga non mi ha fatto bene, è diventato un lavoro dove dovevo dare, dare. Ciò che ricevi mentre insegni è molto, gli allievi ti restituiscono tanto ma la mia concentrazione in quel momento non è focalizzata verso l’interno, è puntata sulle persone ed è come se non mi godessi il lavoro su di me. Il mio corpo ne trae beneficio, ma la mente ne risente.

Adesso, con l’ingresso di Giulio nella mia vita, ho dovuto allentare l’impegno al Centro Yoga e questo mi ha aiutata a riprendere un equilibrio migliore.

Quando ti ho conosciuta stavi dando alla luce il progetto del Centro Yoga. In quel periodo ricordo che eri impegnata con le lezioni, ma anche con tutta la parte burocratica e organizzativa che è prevista nell'aprire qualsiasi tipo di attività. Sei un’insegnante, un’imprenditrice e ora sei anche la mamma di Giulio. Lui arriva, e tutto cambia. Come avviene questa trasformazione?

Per noi non è stato un percorso difficile, perché ci siamo avvicinati all’adozione con un grande punto interrogativo, dicendo “Proviamoci!”, ma con zero aspettative.

Sapevamo che non sarebbe stato semplice avere in adozione un bambino, ma in noi non c’era un accanimento nel volere a tutti i costi un figlio, questo ci ha aiutato a lasciar scorrere il tempo senza  grosse aspettative. Abbiamo iniziato il percorso con la ASL e poi improvvisamente siamo stati chiamati per Giulio.

Come è stato ricevere la notizia?

Lì c’è stato un momento di crisi perché non eravamo l’unica coppia in attesa. Ci è stato comunicata l’esistenza di questo bimbo ma c’erano anche altre coppie in fase di valutazione. Ci dissero che se non avessimo ricevuto alcuna chiamata entro pochi giorni voleva dire che un’altra coppia era stata scelta per Giulio, e non dovevamo chiederci perché, semplicemente c'era qualcuno più adatto alle sue esigenze. 

E invece siete stati chiamati.

Si! Dopo quattro giorni siamo stati avvisati che eravamo stati scelti, quindi tanta incredulità! È stato un momento intenso per noi, abbiamo vissuto l’esperienza della casa famiglia che ne senti sempre parlare ma... viverla è un’altra cosa, abbiamo dedicato a lui tanto del nostro tempo. 

Quello è il momento che ricordo con più gioia, il momento in cui siamo arrivati in casa famiglia …

R. si interrompe, le lacrime le rigano il viso. Ci prendiamo qualche secondo.

Quando il sogno diventa realtà: le gioie e le difficoltà 

Rivivendo quel primo incontro le emozioni escono fuori ancora fortissime. Mi puoi parlare di quelle che sono state le difficoltà che hai incontrato in quei primi momenti?

All’inizio eravamo un po’ spiazzati. Le emozioni erano intense e non tutte positive.

Quando ho visto Giulio per la prima volta non ho provato niente di speciale, lui era un bambino fra tanti, anche un po’ distante e distaccato. Poi abbiamo cominciato a passare i pomeriggi con lui e qualcosa è subito cambiato.

Lo aspettavamo alle quattro che tornava dall’asilo, poi ci giocavamo, facevamo merenda, lo addormentavamo.

Dopo una settimana già si era creato un legame fra noi. Ci riconosceva, ci aspettava.

La prima uscita, la ricordo bene, siamo andati da Ikea e lui era curioso e attratto da tutte le novità che vedeva intorno, iniziava a sorridere tanto e a prendere più confidenza. Poi ha iniziato a venire a dormire a casa e non è stato un inizio facile. Giulio è un bimbo tranquillo ma la notte si svegliava continuamente, piangendo disperato.

Tutto Agosto lo abbiamo passato insieme e abbiamo percepito molto lo stacco dalla realtà come era prima, quando eravamo solo una coppia, e dopo, dove era difficile ritagliarsi uno spazio anche per scambiare due parole, o farsi un bagno caldo.

Ci siamo dovuti abituare a non avere tempo per noi.

Oggi, dopo quasi due anni, qual è l’ostacolo maggiore che stai vivendo?

L’ostacolo più grande è superare la sensazione di dover ancora cercare qualcosa per completarmi. Una sensazione che speravo si affievolisse con la maternità. Il desiderio di ricercare qualcosa di diverso è ancora molto vivo in me. In più, come difficoltà ci sono tutti gli ostacoli del vivere il quotidiano, del doversi dividere su più fronti.  La mattina porto Giulio a scuola, poi faccio le lezioni Yoga, la spesa, pulisco casa, preparo il pranzo e la cena e anche quello, se vuoi mangiare sano, richiede tempo. Poi volo al lavoro e torno la sera che, con il traffico e tutto, è già ora di cena.

Mi dispiace che non ci sia lo spazio di coppia, ma la cosa principale che ho perso è il tempo per me stessa.

Ti dico solo che quando lavoro a scuola ho la sensazione di riposarmi. Assurdo.

No, non lo è. Lo sento dire da tante neo-mamme invece. Vedrai che come cresce un po’ questa sensazione di stanchezza sparirà. Che impatto ha avuto la maternità sul tuo modo di vedere il mondo?

Essere mamma avrebbe dovuto placare la mia irrequietezza, invece ha solo aperto nuovi interrogativi. Mi faccio domande sul mio futuro. 

È la baby sitter che va a prendere il bimbo a scuola, solo una volta a settimana il papà. Io ho ancora dei giorni di aspettativa che mi prendo diluiti nel tempo, ma presto finiranno. Le rare volte che riesco ad andare fuori scuola a prenderlo lui è quasi meravigliato nel vedermi. Le volte che torno tardi invece si comporta in maniera strana con me, è freddo, come volesse dirmi che può fare a meno della mia presenza. Tutto ciò mi ferisce e mi crea un senso di colpa.

Ha senso avere il bambino e non poterselo crescere? 

Devo continuare a guardare avanti cercando di cambiare e di aggiustare il mio lavoro alla nuova vita.

È il problema di tutte le mamme lavoratrici, il senso di colpa. Non abbiamo sufficiente tempo per tutto e per tutti e questo può generare ansia, frustrazione e tanto tanto senso di colpa. Senso di colpa verso il lavoro, perché facciamo assenza, arriviamo tardi, magari se non abbiamo dormito non ci siamo neanche con la testa. Senso di colpa verso il bambino perché non ci siamo e quando ci siamo il tempo non è mai buono quanto come ce lo immaginiamo in testa. 

Si. Magari lui fa il capriccio ed io sono stanca, e poi rimango arrabbiata e frustrata per aver buttato via del tempo prezioso. 

E poi c’è il senso di colpa verso il nostro compagno, perché siamo stanche e non abbiamo voglia di fare l’amore, verso le nostre amiche, che vediamo ormai solo in cartolina, verso noi stesse perché non ci prendiamo più cura di noi, non troviamo il tempo neanche per riposare cinque minuti ad occhi chiusi.

Faccio molti interventi a sostegno della genitorialità efficace, dal momento in cui arriva il bimbo nella pancia o come nel tuo caso, dal momento in cui si apprende la notizia che c’è un bimbo che aspetta i suoi genitori. È quello il momento in cui si crea uno spazio psicologico per il bambino che sta arrivando e già qui la coppia cambia. Poi, quando il bimbo entra materialmente nella nostra casa saltano tutti gli equilibri. 

Noi stessi e la coppia. Come cambiano le nostre relazioni con l'arrivo del bambino

Come hai vissuto l'arrivo di Giulio nella coppia? Su che cosa hai dovuto lavorare per riprendere un equilibrio?

Noi siamo una coppia stabile, abbiamo fatto sempre tutto insieme anche se io sono quella tollerante!

Ride

Ho combattuto tantissimo con quelle che sono le nostre differenze poi mi sono arresa. Siamo due teste diverse e ci sono tra noi dei punti dolenti, ma so anche che non posso cambiare l’altro quindi se si presenta l’argomento sul quale non siamo in linea mi fermo e dico “Pazienza”. Negli anni ho imparato ad accettare anche se fa male. David è molto ambizioso, sa ciò che vuole ed è bravo a raggiungere i suoi obiettivi, io sono meno esigente e tendo anche a disperdere le mie energie su più fronti.

Anche ora che sono diventata mamma il lavoro non è più il mio unico obiettivo, ho molto più a cuore il mio tempo libero rispetto ai soldi, quindi è un equilibrio difficile.

Come coppia ci siamo abbastanza annullati per fare i genitori.

All’inizio è stata dura, ci siamo accorti che qualcosa stava cambiando e ne abbiamo sofferto, c’era la ricerca degli spazi di coppia.

Con il tempo diventa la normalità non avere tempo.

Adesso ci siamo adattati e neanche pretendiamo più di avere quello spazio. Oggi ad esempio è il compleanno di David, inizialmente avevamo pensato di andare soli a festeggiare, ma poi l’abbiamo entrambi vista come un’occasione per stare tutti insieme. Anche perché se Giulio dovesse vedere le foto del compleanno… sai come ci rimarrebbe male? Già ora quando vede le foto dove lui non c’è chiede sempre “Dove ero io?”

E tu cosa rispondi?

Io gli dico qui dovevi ancora arrivare, gli parlo della casa famiglia, ogni tanto lui chiede di andare a visitarla. Ora è facile gestire le sue emozioni, è un bimbo, mi preoccupa più ciò che proverà durante l’adolescenza, mi chiedo se sarà un problema per lui, se si sentirà diverso dagli altri.

Anche a lui lo dico, gli racconto la favola che la mamma non lo poteva tenere e lo ha affidato alla casa famiglia e poi noi lo abbiamo cercato fino a trovarlo.

Ora non ho problemi. Sono solo preoccupata del futuro, se lui vorrà sapere tutto, se andrà alla ricerca dei pezzi perduti.

Gli operatori dicono che le reazioni dei bambini che crescono sono imprevedibili. C’è quello che è sempre stato tranquillo che gli parte tutto il desiderio di scoprire le sue radici e quello che fa più fatica all’inizio e poi invece si da pace e non gli interessa sapere nulla.

Prima parlavamo di quanto sia stata difficile l’adolescenza per te, forse non è un caso che la tua attenzione vada ora a quel periodo della vita. L’adolescenza è comunque un ginepraio. Ci siamo passati tutti, ognuno con i propri motivi per sentirsi  diverso o incompreso. Gli starete vicino e lui farà il suo percorso attraverso il dolore, come ogni persona che cresce.

Si. Sarà come per tutti gli altri, un gran casino.

Ridiamo

Che tipo di reazioni ha la gente in generale quando dici che Giulio è adottato? Ti capita di sentire frasi fatte o di sentirti urtata in qualche modo dalle risposte che ti arrivano?

Non mi sono mai sentita in difficoltà, anche perché con le persone più care ne ho parlato sempre a fondo quindi non ho ricevuto frasi fatte o mancanze di sensibilità.

Fuori non ne parlo molto, anche se mi è capitato con le neo mamme che chiedono cose tipo “Che tipo di parto hai avuto”, lì non mi nascondo e dico chiaramente che Giulio è stato adottato. Come lo dico a lui, per noi è la normalità.

 

La fioritura e i nostri valori di base. Connessioni importanti

Mi sembra molto bello il modo diretto e sincero con il quale ti approcci alla vita e alle persone. Posso chiederti quali sono i tuoi altri valori importanti?

Credo nella famiglia. Un valore questo che mi è stato tramandato.  Mi sento dedita alla famiglia e se dovessi avere un conflitto metterei comunque la famiglia  davanti a tutto il resto.

Poi l’onestà. Per me è essenziale fare la cosa giusta.

 E non so se è un valore. La gentilezza.

Wow. Si è un valore. È il re dei valori per me.

Beh, io ci provo. Anche se non sempre riesco. Con Giulio perdo la pazienza.

Accade anche a tutti, non temere. Più sei in relazione stretta con qualcuno e più sei messo alla prova. È facile essere gentili quando tutto va bene, quando sei alla giusta distanza e non ti schiacciano i piedi. Prova ad esser gentile quando ti senti non visto o quando i tuoi valori non vengono rispettati, lì è più dura e più stretto è il legame e più è facile perdere i freni inibitori.

Si è vero. Giulio mi mette a dura a prova. A volte mi colpisce, mi graffia. Io gli chiedo se lo fa anche con la maestra e lui dice di no, lo fa solo con me. 

Ti sta testando.

È il suo modo per mettere alla prova la tua tolleranza ed il tuo amore incondizionato. Se lo riesci a tranquillizzare, facendogli vedere che non te ne vai anche se lui fa cose “cattive”, allora vedrai che si calmerà, pian piano. 

Prendila come una pratica per diventare una persona migliore, se la gentilezza è un tuo valore importante, da potenziare, Giulio può essere il tuo grande allenatore in questa difficilissima sfida. 

Mi sta allenando ad un sacco di cose, in verità.

Questo fanno i figli, ci obbligano a guardarci dentro e ad essere persone migliori. Con Giulio puoi trovare ed affrontare i tuoi lati oscuri, "i punti dove la consapevolezza duole", come li chiamo io. Tutto ciò che accade e che porta emozioni forti può in realtà fare questo lavoro interiore, se glielo permettiamo.

Io credo che nel mondo incontriamo le esperienze che ci servono per crescere, per evolvere come anime. 

Tu in che cosa credi?

Io sono cresciuta in una famiglia cattolica ma non pratico, sono un po’ distante dai riti. Credo, comunque, che ci sia qualcuno al di sopra di noi. Mi definisco più una persona con un forte spinta a ricercare interiormente le risposte. L’ho sempre fatto, interrogarmi. Le mie insegnanti mi chiamavano "la sognatrice".

Ascoltando il suo racconto non ho dubbi che R. possa aver guadagnato quel soprannome. Racconta tutte le sue esperienze, anche quelle difficili, con quella sua voce calma  e nessuno potrebbe immaginare che sotto a quella superficie apparentemente tranquilla si nascondano delle domande cosi profonde e delle fragilità così umane.

Tanti auguri R.! E grazie per il tuo racconto.

Giulio e David sono uomini fortunati...  e anche il mondo ad averti. 

“Tanti auguri a te, Anima bella, che sei uscita da quel cancelletto in fretta e furia, per andare a festeggiare con la tua amica del cuore................15 anni!

Il primo compleanno che non sarai con me, appiccicata.

La prima volta che non ho niente da fare, perché anche stasera starai con gli amici.

- Ti dispiace mamma? Tanto noi festeggiamo quando ci pare... giusto? -

- Giusto! -

Il mio cuore inciampa, ma è quello che ti ho insegnato: essere libera, seguire le tue emozioni, cercare sempre ciò che ti rende felice.

Ed ora scrivo qui le parole che vorrei dire a te...

Mi guardo dentro e so che questi anni sono stati un soffio.

Sento che mi hai regalato tante lezioni, facendomi scoprire cose di me che non sapevo di avere.

Sono cresciuta negli ultimi 15 anni, più che nei precedenti 32. Mi sono persa a volte, non sapendo la direzione da prendere e spesso mi hai aiutata tu.

Perché i genitori sono grandi ai vostri occhi, ma in realtà sono neonati che prendono vita solo con voi in una nuova pelle.

Con quel fagotto urlante vengono consegnate anche due pupille nuove fiammanti per vedere l'universo come non l'avevi mai visto.

Il problema è che non esiste un libretto di istruzioni!

Tutto ciò che c'è da sapere lo impari attraverso gli errori e i tentativi che spesso solo “a kiulo” vanno a buon segno.

La prima volta, con te, ho conosciuto l'amore che toglie il sonno, la rabbia che fa perdere la testa, l'ansia di non esserci un giorno, a proteggerti, a consigliarti, a farti ridere (a romperti i c@j@ni).

Oggi tu esci ed io resto.

E so già che passerò la giornata a girare sugo e a preparare cibo per la festa di domani (beh, posticipato, ma il party familiare ti tocca!).

So già che mi saliranno le lacrime (sicuro) e che sorriderò anche, sapendo che stai festeggiando nel migliore dei modi, il TUO.

Buon compleanno gnocchetta di mamma”

 

Scrivevo questa lettera il 30 Aprile di quattro anni fa e oggi la condivido qui, sapendo che molti di noi hanno provato ciò che sto provando io, vedendo i propri figli fiorire.

La nascita di Ilaria, per me, ha segnato uno spartiacque importante, e la data del suo compleanno io la considero anche un po' mia, il mio compleanno da "mamma", perché magari non ci pensiamo spesso, ma noi genitori nel nostro ruolo nasciamo solo quando sappiamo dell’arrivo di quel primo bimbo di cui avremo cura finché avremo respiro.

Siamo mamme e papà quando vediamo la doppia linea sul test, quando guardiamo la prima eco, quando ascoltiamo il cuoricino che batte frenetico, quando dopo il dolore lo stringiamo fra le braccia, quando facciamo la prima notte svegli.

Siamo mamme e papà da quegli istanti lì, chi prima e chi dopo, anche se i nostri figli ci hanno sempre considerati adulti, maturi, saggi.

Noi stessi lo abbiamo fatto con i nostri genitori.

Poi siamo cresciuti e li abbiamo criticati o amati ancora di più per le loro debolezze, per le loro mancanze.

Un genitore non sempre è pronto, non sempre ha spazio e risorse, non sempre riesce a trovare un equilibrio fra i suoi bisogni e quelli di chi "arriva dopo".

Un genitore non può fare marcia indietro, mai, e questo può spaventare e stancare persino gli spiriti più nobili.

Un genitore nasce con suo figlio e cresce, fiorisce, alla luce delle esperienze che si intrecciano attraverso la complessità delle proprie rispettive esistenze.

Quindi oggi buon compleanno a me, che compio formalmente 19 anni da mamma,

... e buona vita a tutti i genitori e ai figli che leggono questo blog, con il mio augurio di continuare a crescere e a fiorire insieme <3 

Negli ultimi tempi si parla molto, in psicologia, dell’enorme potere trasformativo contenuto in una forza apparentemente molto poco vistosa: la gentilezza. Esiste una vasta mole di studi che testimonia quanto mettere in pratica comportamenti affabili e premurosi abbia un impatto significativo non solo sugli altri, ma anche sul nostro equilibrio psichico e persino sulla nostra salute.

 Ma non scriverò di questo stamani, ci sono fior di articoli e libri che ne parlano in modo serio e approfondito.

Oggi vi racconterò di quella volta in cui la gentilezza ha incontrato me, cambiando all’improvviso la mia giornata e quella di chi mi stava vicino.

Lo farò attraverso una piccola storia breve, quelle che amo raccontare… una storia con il lieto fine che fa sorridere ed un messaggio da portar dentro durante la nostra giornata, come un'invisibile carezza sul cuore.

 

"Lezioni di guida con piccolo boost"

 

“La gentilezza è come la neve. Abbellisce tutto ciò che copre.”

Kahlil Gibran

 

Ilaria ha diciannove anni fra qualche giorno, studia per dare la maturità e, tra una zona rossa e l’altra, sta cercando di prendere la patente. Ogni giorno prendiamo la macchina e ci alleniamo sulle strade di Casal Palocco, facendo mille giri per il quartiere e dedicandoci del tempo da sole io e lei.

Adesso l’esperienza è diventata anche abbastanza rilassante, posso ogni tanto distrarmi guardando dal finestrino la natura che si risveglia o cambiando il cd nella radio. Ma all’inizio, consegnare la mia Micra alle sue mani insicure ed inesperte è stato come saltare ad occhi aperti nel buio di un pozzo.

Il problema più grande si verificava agli stop o ai semafori, poiché come possiamo ben ricordare tutti noi conducenti di veicoli, le partenze e i parcheggi vengono bene solo quando nessuno guarda o aspetta che tu mova il kiulo.

Ma è proprio qui, in uno di questi massimi punti di tensione, che è accaduto il miracolo della gentilezza.

Mentre la macchina si spegneva per la seconda volta e proprio quando stavo per girarmi verso la fila creata dietro di noi, mia figlia ha guardato lo specchietto retrovisore e ha sfoggiato il suo più bel sorriso.

“Hai visto mamma quel signore?”

“No amore, gli ho solo fatto un gesto di scuse con la mano. Che succede? Te c’ha mandato?”

“No, mi fa cenno di stare tranquilla. Mi sta dicendo “Dai dai”!”

Mi giro ma il signore nella vettura dietro mi sembra serissimo, o magari sono solo io ad essere serissima, perché troppo presa dalla tensione di vedere la mia cucciola in difficoltà.

In ogni caso, continuo a parlarle in modo sereno. Le dico di non preoccuparsi della fila, le ripeto che tutti hanno imparato a guidare. Ma lei non mi si fila di pezza, continua a osservare lo specchietto e a sorridere.

Poi mette la prima, guarda avanti, parte dolcemente.

Ha gli occhi lucidi ora, quasi piange dalla gioia.

“Non ci credo mamma, che dolce quel signore! Hai visto? Mi ha fatto anche il gesto del bicipite per darmi forza… mi faceva così con il braccio come a dire: Dai, dai che ce la fai”

Anche io sono profondamente colpita da quell’inaspettato gesto di gentilezza piovuto dal cielo, il cielo blu di un perfetto sconosciuto.

Penso con un po’ di vergogna alle mille volte in cui mi sono spazientita dietro ad un intoppo creato senza senso apparente, a quando ho sorpassato senza guardare chi fosse alla guida, alle volte in cui ho pensato che arrivare cinque minuti prima ad un appuntamento mi avrebbe svoltato la vita o a quando ho silenziosamente chiamato i santi dietro al signore col cappello.

E poi, realizzo quanto quel piccolo sipario di gentilezza durato al massimo dieci secondi abbia per sempre cambiato la nostra vita in positivo.

Ilaria non ha fatto che raccontare questo episodio per giorni.

Ogni volta che arriviamo a quello stop mi dice: “Che carino quel signore mamma, ricordi?”

E chi se lo scorda.

Giorni dopo quell’incontro fortuito, guidavo da sola per le strade di Ostia e mi son capitate ben due macchine della Scuola Guida davanti.

Per una volta non mi sono infastidita, non ho avuto l’impulso di sorpassare, anzi… non vedevo l’ora che mi guardassero nello specchietto per poter sorridere e fare il "gesto della forza".

Purtroppo erano bravi e non ho potuto restituire il gentile contributo offertomi giorni prima dall’universo, ma credo che questa lezione non mi abbandonerà più e ogni volta sono certa che proverò a dare il mio contributo al mondo, invece di stare sulle spine per il pensiero di qualche stupido minuto “perso” nel traffico.

Quei pochi minuti, da insulsi vuoti a perdere, possono letteralmente trasformarsi in un prezioso dono per qualcuno che ne ha necessità.

Non dimenticherò mai il momento in cui mia figlia non è stata trattata come un ingombro sul cammino di qualcuno, ma è stata riconosciuta e sostenuta nella sua difficoltà di superare una prima, difficilissima, prova di vita.

Io ti ringrazio signore sconosciuto.

Ringrazio la tua gentilezza.

Mi hai ricordato qualcosa in cui credo da sempre che si riassume in un antico detto:

“Per fare un bambino servono due esseri viventi e tanto amore ma… per crescere un bambino… serve tutta la tribù.”

E che sia una tribù gentile, amici miei, è il mio più grande augurio di oggi pastedGraphic_1.png

Vi auguro una Buona domenica ... e una buona Fioritura Interiore

 

Qualche giorno ho ricevuto questo messaggio:

“Sabrina ho un dubbio. Quanti di noi riescono a tenere accesa la speranza e la positività nei momenti più bui? Ci sono sofferenze che non hanno nulla da insegnare, semplicemente capitano e davanti ad esse rimani impotente.”

Questa domanda, in realtà, ne contiene tante. Quanti di noi riescono a mantenere la positività sempre, anche quando la vita sembra volerci girare le spalle? 

Non tutti, altrimenti non ci sarebbe tanta sofferenza nel mondo. 

Ci sono sofferenze che non hanno nulla da insegnarci? 

Si. Ci sono. La sofferenza è una reazione mentale al dolore, l’idea che noi ci facciamo rispetto ad esso e perciò alcune sofferenze ad un certo punto del nostro percorso di evoluzione cominciano ad essere inutili, non hanno più niente da insegnarci e vanno lasciate andare. 

Il dolore, al contrario, nel momento in cui arriva a sfiorare o a travolgere le nostre vite, lascia sempre un impronta riconoscibile e, a guardar bene, anche un qualche tipo di insegnamento.

La potenza distruttiva del lutto. Quando il dolore è qualcosa di inaccettabile

Può accadere di rimanere impotenti di fronte a situazioni drammatiche che non avevamo previsto e che letteralmente travolgono il corso delle nostre esistenze.

La morte di un nostro caro non è mai un evento facile da accettare e lo è ancora di meno se questo accade fuori dal “normale” corso degli eventi previsti. 

Può succedere, trovandosi di fronte a situazioni estremamente traumatiche, di rimanere impotenti e di sprofondare in un abisso di tristezza e immobilismo.

È un passaggio che può essere più o meno lungo, non esiste una regola generale che ci lasci predire quanto tempo passeremo in quella condizione; la lunghezza di tale fase dipende dalla storia e dalle risorse di ognuno di noi.

Per quella che è la mia  esperienza, posso dire che, per quanto sia difficile immaginarlo, arriva sempre un giorno in cui sentiamo la vita  richiamarci in superficie. 

Anche quando la situazione che ci ha buttato al tappeto è un grave lutto.

Come tornare a vivere attraverso il dolore? Senza fretta e accettando i nostri tempi interiori

Quando un evento tragico o il normale corso della vita ci porta a perdere una persona amata, anche l’immagine di noi subisce un grande colpo. Senza quella persona non siamo più gli stessi di prima, e tutta la nostra vita cambia a causa di questa percezione.  Percorrere cammini di sofferenza così intensi ci porta sempre ad una grande trasformazione interiore e può accadere di restare incagliati nelle emozioni sgradevoli per lungo tempo.

Si può tornare a vivere anche in questi casi estremi?

Mi è capitato di ascoltare racconti di persone che hanno attraversato l’inferno in terra e sono tornate, ognuno a proprio modo, a vivere delle esistenze serene e piene di significato.

Anche subendo perdite inimmaginabili, in un secondo tempo è possibile superare l’angoscia e la sofferenza attraverso un percorso di accettazione e consapevolezza.

Occorre però esser pronti, aver maturato dentro di sé la predisposizione a voler trasformare l’evento che ci è accaduto abbandonando le emozioni spiacevoli e abbracciando solo il ricordo buono di quella persona ed il significato intenso che quel legame ha ancora dentro di noi.

È importante non avere fretta e accettare i tempi di elaborazione di cui abbiamo bisogno, aldilà di cosa ci dicono le persone attorno a noi e di come vorremmo che fosse se avessimo una bacchetta magica in mano. 

Ognuno ha i propri tempi e i propri modi di vivere il dolore.

Apriamo la porta a questa consapevolezza e le emozioni cesseranno di ostacolare il nostro cammino.

Come accorgerci che stiamo tornando alla vita? Per ogni letargo c’è una nuova primavera

Con il passar del tempo, potrebbe accadere di avvertire in noi dei piccoli segnali di disgelo interiore, come una sensazione di risveglio dopo un lungo letargo. 

Qualcosa di potente può scuoterci dal torpore, per esempio l’incontro con qualcuno che amiamo, la nascita di un bimbo in famiglia, ma anche piccoli eventi apparentemente privi di significato. 

Magari stiamo solo girando la pagina di un calendario o aprendo un vasetto di marmellata. Magari siamo davanti allo spettacolo di un nido nuovamente abitato dalle rondini… Ed ecco che improvvisamente la luce del sole non ferisce più i nostri occhi, ma torna ad illuminare le cose intorno a noi e ad accarezzare e scaldare la nostra pelle, proprio come un tempo! Ecco che la natura non appare più un quadro muto e inerte, gli uccellini cantano nuovamente, l’acqua scorre nel fiume e tutto sembra parlarci con una nuova lingua. Le persone che incrociamo non sono più estranei perennemente in corsa, ma occhi che sorridono e accolgono. 

Arriva il momento in cui capiamo che, pur essendo la nostra vita cambiata per sempre, siamo ancora in grado di far qualcosa di buono con il resto del tempo che abbiamo a disposizione.

Come procedere oltre il dolore? Un passo alla volta e mettendoci amore

Il fatto che non ci sia un “dopo” che possa essere uguale ad un “prima”, non esclude la possibilità di accogliere una nuova realtà dove sia possibile ancora trovare un senso. 

Un piccolo passo alla volta, può accadere di sentire rinascere il desiderio di donare ciò che abbiamo dentro, di ricevere le piccole meraviglie che ogni giornata ha in seno, di onorare il piccolo o grande pezzo di strada che abbiamo ancora da percorrere.

Permettere al dolore di schiacciarci, o lasciare che questo ci mostri la via per apprezzare i minuscoli enormi miracoli che la vita ancora offre, è una decisione che spetta solamente a noi.

Per compierla, dobbiamo fare una scelta importante: mollare il dolore e abbracciare l’amore.

Tornare alla vita. Amare oltre la morte

La VITA per chi resta è un richiamo potente, il più forte di tutti. 

Finché abbiamo respiro abbiamo anche in noi la capacità di amare e amare è un’azione possibile, in qualunque momento e in qualunque  situazione. 

L’essere umano è capace di produrre amore anche davanti alla morte e oltre la morte. 

Nel libro Uno psicologo nei lager Victor Frankl affronta il tema della sofferenza e della fine, lasciandoci una delle lezioni più preziose per un essere umano: di fronte all’orrore del campo di concentramento il prigioniero può lasciarsi vincere dalla violenza e cedere alla fame, alla paura, all’umiliazione, al dolore fisico e annullare la propria vita spirituale o può decidere di accettare ciò che gli accade per restare umano, per godere anche, qualora possibile, della vista di un tramonto rubato. Può scegliere di usare quella sofferenza per elevarsi interiormente.

Accogliere quanto accaduto senza essere travolti, senza avere l’impressione di subire un’ingiustizia, è forse l’azione più difficile da compiere.

Accettare che la vita sia diversa per sempre e scegliere di continuare a mettere un passo dopo l’altro, è forse l’azione più coraggiosa.

Solo riprendere il nostro potere di aprire la porta al futuro potrà restituirci la serenità di guardare al passato. 

Solo sostando nel qui ed ora, restando sulle nostre emozioni a lungo e senza giudizio, lasceremo che l’amore prevalga sulla paura, sul senso di colpa, sulla vergogna e si, anche sulla sofferenza.

L’amore ha bisogno di poco spazio per tornare a prorompere, basta socchiudere leggermente la porta della nostra attenzione e lui farà il resto.

Non serve neanche guidarlo verso le nostre ferite. Sa la strada. Per il semplice fatto che l’amore è sempre stato lì, sepolto come un seme d’inverno, pronto a fiorire e a dare a chiunque una nuova possibilità di rinascita interiore. 

 

Nota importante: Se il ritorno alla vita non accade naturalmente e si resta bloccati nelle emozioni, dopo un certo periodo di attesa, occorre chiedere aiuto. Che sia un aiuto psicologico filosofico medico o spirituale ... questo dipende dalla persona che si è incagliata nella sofferenza.

Per qualsiasi dubbio su voi stessi o su persone a voi care, scrivete un messaggio al mio numero 335.28.38.28 e vi risponderò personalmente.

“La mattina dopo” è un racconto molto intenso e toccante che parla di tutte quelle mattine in cui apri gli occhi e realizzi che qualcosa è finito per sempre e la tua vita non tornerà mai quella di prima.

“Le cose peggiori sono il silenzio, e la fine di un tempo scandito da riti e abitudini. Ogni volta che me ne rendo conto sento quel vuoto allo stomaco che si prova quando ci si tuffa dall’alto.

Ogni persona che incontro fa le stesse domande.

“Che cosa è successo” e poi “Ma adesso, cosa farai?”

Non ho voglia di rispondere a queste domande troppo spesso e quando lo faccio rispetto un paio di regole che mi sono venute spontanee.

Niente lamentele: i dettagli che interessano a me non interessano a nessun altro.

E niente finto ottimismo. Il miglior favore che ci si può fare in un momento di crisi è di non fingere che le cose vadano benissimo e che un milione di progetti ti aspettino.

Così dico semplicemente che sto scrivendo un libro, questo libro.”

Mario Calabresi

"La mattina dopo" si legge in un soffio, anche se in realtà io l’ho ascoltato, seguendo la voce dell’autore attraverso un lungo sentiero di storie da percorrere in religioso raccoglimento. Ho ammirato i personaggi descritti: uomini e donne forti, luminosi nella loro capacità di rialzarsi ed incredibilmente umani nell’espressione delle proprie emozioni, dei propri dubbi e delle proprie domande di fronte alle sfide più impegnative della vita.

Anche questo libro sembrerebbe essere, del resto, figlio di una di queste sfide, il risultato di un imprevisto, quanto fertilissimo  inciampo.

O forse, invece, è l'espressione di un pensiero già allenato a resistere alle difficoltà, il frutto di un atteggiamento abituato a trasformare le cadute in blocchi di partenza sui quali darsi la spinta verso nuove entusiasmanti corse.

Molti nostri grandi risultati nascono dall'elaborazione di una caduta o di un grande dolore. "La mattina dopo" è il meraviglioso frutto  di questo processo di elaborazione

Dopo soli tre anni di attività in qualità di direttore del quotidiano “La Repubblica”, Mario Calabresi viene informato, da un giorno all’altro, che verrà sostituito. Con il lavoro egli lascia il suo ruolo, il suo tempo vorticosamente impegnato, le centinaia di persone di contorno e le mille abitudini e dipendenze che caratterizzano la sua routine.

Con la carica di direttore, se ne va una parte importante di sé.

Trovandosi di fronte ad un cambiamento così netto e doloroso egli sceglie di trasformare l'enorme vuoto che si apre davanti a lui in un inaspettato dono fatto di tempo e persone care.

Così, scrive e pubblica “La mattina dopo”, che contiene il racconto di tantissime storie vere piene di dolore, amore, valori saldi, bellezza, forza e capacità di rinnovo.

Facendo una piccola ricerca, scopro che "La mattina dopo" non è l’unico progetto che concretizza: in un solo anno Mario Calabresi scrive un secondo libro, contribuisce a creare una casa editrice di podcast che ora dirige e crea una newsletter dove ha la possibilità di fare il giornalismo che piace a lui, quello con l’essere umano al centro della storia.

“Scrivere all’alba la news letter e trovare una o più storie ogni settimana non è un’impresa semplice, ma non è mai un peso per me. Questa è una fatica che mi fa felice.”

Le otto lezioni di ottimismo e coraggio tratte da "La mattina dopo"

Cadere, farsi male e rialzarsi è una regola che non risparmia alcun essere umano su questo pianeta: l'importante per noi è non farci prendere dallo sconforto e cercare di far tesoro di ogni caduta.

"Cadere non è un fallimento, il fallimento è rimanere là, dove si è cadutidiceva il grande Socrate.

Ecco, dunque, sintetizzate, le otto lezioni che ho appreso da “La mattina dopo” e dalla vita efficace, intensa e piena di questo coraggioso autore:

  1. Il dolore non risparmia nessuno.
  2. È meglio agire piuttosto che lamentarsi.
  3. È più appagante essere onesti piuttosto che apparire sereni.
  4. Quando il tempo è di qualità si allarga e ci consente di fare tutto ciò che desideriamo.
  5. Quando fai ciò che ami riesci a trovare le energie per compiere tutto ciò che “devi”.
  6. Quando trovi il significato in ciò che fai, le cadute non sono che occasioni per fermarsi, per interrogarsi su ciò che desideriamo e per crescere e raggiungere una migliore realizzazione di noi stessi. 
  7. La fatica che si sente nel fare cose in linea con i nostri valori e in direzione dei nostri desideri è una fatica che ci rende felici. 
  8. Quando la vita “ti dice di no”, abbiamo ancora la possibilità di dire di si. Si all’amore. Si al proprio sorriso e alla voglia di far sorridere gli altri. Si alla meraviglia. Si al condividere i pesi, le gioie e gli importantissimi apprendimenti. Si alla vita. 

Spero che questo mio articolo sia di ispirazione a chi si trova in blocco e anche a chiunque si stia facendo delle domande sulla bontà del proprio cammino e sull'utilizzo del proprio tempo :)  

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