Sabrina Ciccarelli

Sabrina Ciccarelli

Negli ultimi tempi si parla molto, in psicologia, dell’enorme potere trasformativo contenuto in una forza apparentemente molto poco vistosa: la gentilezza. Esiste una vasta mole di studi che testimonia quanto mettere in pratica comportamenti affabili e premurosi abbia un impatto significativo non solo sugli altri, ma anche sul nostro equilibrio psichico e persino sulla nostra salute.

 Ma non scriverò di questo stamani, ci sono fior di articoli e libri che ne parlano in modo serio e approfondito.

Oggi vi racconterò di quella volta in cui la gentilezza ha incontrato me, cambiando all’improvviso la mia giornata e quella di chi mi stava vicino.

Lo farò attraverso una piccola storia breve, quelle che amo raccontare… una storia con il lieto fine che fa sorridere ed un messaggio da portar dentro durante la nostra giornata, come un'invisibile carezza sul cuore.

 

"Lezioni di guida con piccolo boost"

 

“La gentilezza è come la neve. Abbellisce tutto ciò che copre.”

Kahlil Gibran

 

Ilaria ha diciannove anni fra qualche giorno, studia per dare la maturità e, tra una zona rossa e l’altra, sta cercando di prendere la patente. Ogni giorno prendiamo la macchina e ci alleniamo sulle strade di Casal Palocco, facendo mille giri per il quartiere e dedicandoci del tempo da sole io e lei.

Adesso l’esperienza è diventata anche abbastanza rilassante, posso ogni tanto distrarmi guardando dal finestrino la natura che si risveglia o cambiando il cd nella radio. Ma all’inizio, consegnare la mia Micra alle sue mani insicure ed inesperte è stato come saltare ad occhi aperti nel buio di un pozzo.

Il problema più grande si verificava agli stop o ai semafori, poiché come possiamo ben ricordare tutti noi conducenti di veicoli, le partenze e i parcheggi vengono bene solo quando nessuno guarda o aspetta che tu mova il kiulo.

Ma è proprio qui, in uno di questi massimi punti di tensione, che è accaduto il miracolo della gentilezza.

Mentre la macchina si spegneva per la seconda volta e proprio quando stavo per girarmi verso la fila creata dietro di noi, mia figlia ha guardato lo specchietto retrovisore e ha sfoggiato il suo più bel sorriso.

“Hai visto mamma quel signore?”

“No amore, gli ho solo fatto un gesto di scuse con la mano. Che succede? Te c’ha mandato?”

“No, mi fa cenno di stare tranquilla. Mi sta dicendo “Dai dai”!”

Mi giro ma il signore nella vettura dietro mi sembra serissimo, o magari sono solo io ad essere serissima, perché troppo presa dalla tensione di vedere la mia cucciola in difficoltà.

In ogni caso, continuo a parlarle in modo sereno. Le dico di non preoccuparsi della fila, le ripeto che tutti hanno imparato a guidare. Ma lei non mi si fila di pezza, continua a osservare lo specchietto e a sorridere.

Poi mette la prima, guarda avanti, parte dolcemente.

Ha gli occhi lucidi ora, quasi piange dalla gioia.

“Non ci credo mamma, che dolce quel signore! Hai visto? Mi ha fatto anche il gesto del bicipite per darmi forza… mi faceva così con il braccio come a dire: Dai, dai che ce la fai”

Anche io sono profondamente colpita da quell’inaspettato gesto di gentilezza piovuto dal cielo, il cielo blu di un perfetto sconosciuto.

Penso con un po’ di vergogna alle mille volte in cui mi sono spazientita dietro ad un intoppo creato senza senso apparente, a quando ho sorpassato senza guardare chi fosse alla guida, alle volte in cui ho pensato che arrivare cinque minuti prima ad un appuntamento mi avrebbe svoltato la vita o a quando ho silenziosamente chiamato i santi dietro al signore col cappello.

E poi, realizzo quanto quel piccolo sipario di gentilezza durato al massimo dieci secondi abbia per sempre cambiato la nostra vita in positivo.

Ilaria non ha fatto che raccontare questo episodio per giorni.

Ogni volta che arriviamo a quello stop mi dice: “Che carino quel signore mamma, ricordi?”

E chi se lo scorda.

Giorni dopo quell’incontro fortuito, guidavo da sola per le strade di Ostia e mi son capitate ben due macchine della Scuola Guida davanti.

Per una volta non mi sono infastidita, non ho avuto l’impulso di sorpassare, anzi… non vedevo l’ora che mi guardassero nello specchietto per poter sorridere e fare il "gesto della forza".

Purtroppo erano bravi e non ho potuto restituire il gentile contributo offertomi giorni prima dall’universo, ma credo che questa lezione non mi abbandonerà più e ogni volta sono certa che proverò a dare il mio contributo al mondo, invece di stare sulle spine per il pensiero di qualche stupido minuto “perso” nel traffico.

Quei pochi minuti, da insulsi vuoti a perdere, possono letteralmente trasformarsi in un prezioso dono per qualcuno che ne ha necessità.

Non dimenticherò mai il momento in cui mia figlia non è stata trattata come un ingombro sul cammino di qualcuno, ma è stata riconosciuta e sostenuta nella sua difficoltà di superare una prima, difficilissima, prova di vita.

Io ti ringrazio signore sconosciuto.

Ringrazio la tua gentilezza.

Mi hai ricordato qualcosa in cui credo da sempre che si riassume in un antico detto:

“Per fare un bambino servono due esseri viventi e tanto amore ma… per crescere un bambino… serve tutta la tribù.”

E che sia una tribù gentile, amici miei, è il mio più grande augurio di oggi pastedGraphic_1.png

Vi auguro una Buona domenica ... e una buona Fioritura Interiore

 

Qualche giorno ho ricevuto questo messaggio:

“Sabrina ho un dubbio. Quanti di noi riescono a tenere accesa la speranza e la positività nei momenti più bui? Ci sono sofferenze che non hanno nulla da insegnare, semplicemente capitano e davanti ad esse rimani impotente.”

Questa domanda, in realtà, ne contiene tante. Quanti di noi riescono a mantenere la positività sempre, anche quando la vita sembra volerci girare le spalle? 

Non tutti, altrimenti non ci sarebbe tanta sofferenza nel mondo. 

Ci sono sofferenze che non hanno nulla da insegnarci? 

Si. Ci sono. La sofferenza è una reazione mentale al dolore, l’idea che noi ci facciamo rispetto ad esso e perciò alcune sofferenze ad un certo punto del nostro percorso di evoluzione cominciano ad essere inutili, non hanno più niente da insegnarci e vanno lasciate andare. 

Il dolore, al contrario, nel momento in cui arriva a sfiorare o a travolgere le nostre vite, lascia sempre un impronta riconoscibile e, a guardar bene, anche un qualche tipo di insegnamento.

La potenza distruttiva del lutto. Quando il dolore è qualcosa di inaccettabile

Può accadere di rimanere impotenti di fronte a situazioni drammatiche che non avevamo previsto e che letteralmente travolgono il corso delle nostre esistenze.

La morte di un nostro caro non è mai un evento facile da accettare e lo è ancora di meno se questo accade fuori dal “normale” corso degli eventi previsti. 

Può succedere, trovandosi di fronte a situazioni estremamente traumatiche, di rimanere impotenti e di sprofondare in un abisso di tristezza e immobilismo.

È un passaggio che può essere più o meno lungo, non esiste una regola generale che ci lasci predire quanto tempo passeremo in quella condizione; la lunghezza di tale fase dipende dalla storia e dalle risorse di ognuno di noi.

Per quella che è la mia  esperienza, posso dire che, per quanto sia difficile immaginarlo, arriva sempre un giorno in cui sentiamo la vita  richiamarci in superficie. 

Anche quando la situazione che ci ha buttato al tappeto è un grave lutto.

Come tornare a vivere attraverso il dolore? Senza fretta e accettando i nostri tempi interiori

Quando un evento tragico o il normale corso della vita ci porta a perdere una persona amata, anche l’immagine di noi subisce un grande colpo. Senza quella persona non siamo più gli stessi di prima, e tutta la nostra vita cambia a causa di questa percezione.  Percorrere cammini di sofferenza così intensi ci porta sempre ad una grande trasformazione interiore e può accadere di restare incagliati nelle emozioni sgradevoli per lungo tempo.

Si può tornare a vivere anche in questi casi estremi?

Mi è capitato di ascoltare racconti di persone che hanno attraversato l’inferno in terra e sono tornate, ognuno a proprio modo, a vivere delle esistenze serene e piene di significato.

Anche subendo perdite inimmaginabili, in un secondo tempo è possibile superare l’angoscia e la sofferenza attraverso un percorso di accettazione e consapevolezza.

Occorre però esser pronti, aver maturato dentro di sé la predisposizione a voler trasformare l’evento che ci è accaduto abbandonando le emozioni spiacevoli e abbracciando solo il ricordo buono di quella persona ed il significato intenso che quel legame ha ancora dentro di noi.

È importante non avere fretta e accettare i tempi di elaborazione di cui abbiamo bisogno, aldilà di cosa ci dicono le persone attorno a noi e di come vorremmo che fosse se avessimo una bacchetta magica in mano. 

Ognuno ha i propri tempi e i propri modi di vivere il dolore.

Apriamo la porta a questa consapevolezza e le emozioni cesseranno di ostacolare il nostro cammino.

Come accorgerci che stiamo tornando alla vita? Per ogni letargo c’è una nuova primavera

Con il passar del tempo, potrebbe accadere di avvertire in noi dei piccoli segnali di disgelo interiore, come una sensazione di risveglio dopo un lungo letargo. 

Qualcosa di potente può scuoterci dal torpore, per esempio l’incontro con qualcuno che amiamo, la nascita di un bimbo in famiglia, ma anche piccoli eventi apparentemente privi di significato. 

Magari stiamo solo girando la pagina di un calendario o aprendo un vasetto di marmellata. Magari siamo davanti allo spettacolo di un nido nuovamente abitato dalle rondini… Ed ecco che improvvisamente la luce del sole non ferisce più i nostri occhi, ma torna ad illuminare le cose intorno a noi e ad accarezzare e scaldare la nostra pelle, proprio come un tempo! Ecco che la natura non appare più un quadro muto e inerte, gli uccellini cantano nuovamente, l’acqua scorre nel fiume e tutto sembra parlarci con una nuova lingua. Le persone che incrociamo non sono più estranei perennemente in corsa, ma occhi che sorridono e accolgono. 

Arriva il momento in cui capiamo che, pur essendo la nostra vita cambiata per sempre, siamo ancora in grado di far qualcosa di buono con il resto del tempo che abbiamo a disposizione.

Come procedere oltre il dolore? Un passo alla volta e mettendoci amore

Il fatto che non ci sia un “dopo” che possa essere uguale ad un “prima”, non esclude la possibilità di accogliere una nuova realtà dove sia possibile ancora trovare un senso. 

Un piccolo passo alla volta, può accadere di sentire rinascere il desiderio di donare ciò che abbiamo dentro, di ricevere le piccole meraviglie che ogni giornata ha in seno, di onorare il piccolo o grande pezzo di strada che abbiamo ancora da percorrere.

Permettere al dolore di schiacciarci, o lasciare che questo ci mostri la via per apprezzare i minuscoli enormi miracoli che la vita ancora offre, è una decisione che spetta solamente a noi.

Per compierla, dobbiamo fare una scelta importante: mollare il dolore e abbracciare l’amore.

Tornare alla vita. Amare oltre la morte

La VITA per chi resta è un richiamo potente, il più forte di tutti. 

Finché abbiamo respiro abbiamo anche in noi la capacità di amare e amare è un’azione possibile, in qualunque momento e in qualunque  situazione. 

L’essere umano è capace di produrre amore anche davanti alla morte e oltre la morte. 

Nel libro Uno psicologo nei lager Victor Frankl affronta il tema della sofferenza e della fine, lasciandoci una delle lezioni più preziose per un essere umano: di fronte all’orrore del campo di concentramento il prigioniero può lasciarsi vincere dalla violenza e cedere alla fame, alla paura, all’umiliazione, al dolore fisico e annullare la propria vita spirituale o può decidere di accettare ciò che gli accade per restare umano, per godere anche, qualora possibile, della vista di un tramonto rubato. Può scegliere di usare quella sofferenza per elevarsi interiormente.

Accogliere quanto accaduto senza essere travolti, senza avere l’impressione di subire un’ingiustizia, è forse l’azione più difficile da compiere.

Accettare che la vita sia diversa per sempre e scegliere di continuare a mettere un passo dopo l’altro, è forse l’azione più coraggiosa.

Solo riprendere il nostro potere di aprire la porta al futuro potrà restituirci la serenità di guardare al passato. 

Solo sostando nel qui ed ora, restando sulle nostre emozioni a lungo e senza giudizio, lasceremo che l’amore prevalga sulla paura, sul senso di colpa, sulla vergogna e si, anche sulla sofferenza.

L’amore ha bisogno di poco spazio per tornare a prorompere, basta socchiudere leggermente la porta della nostra attenzione e lui farà il resto.

Non serve neanche guidarlo verso le nostre ferite. Sa la strada. Per il semplice fatto che l’amore è sempre stato lì, sepolto come un seme d’inverno, pronto a fiorire e a dare a chiunque una nuova possibilità di rinascita interiore. 

 

Nota importante: Se il ritorno alla vita non accade naturalmente e si resta bloccati nelle emozioni, dopo un certo periodo di attesa, occorre chiedere aiuto. Che sia un aiuto psicologico filosofico medico o spirituale ... questo dipende dalla persona che si è incagliata nella sofferenza.

Per qualsiasi dubbio su voi stessi o su persone a voi care, scrivete un messaggio al mio numero 335.28.38.28 e vi risponderò personalmente.

“La mattina dopo” è un racconto molto intenso e toccante che parla di tutte quelle mattine in cui apri gli occhi e realizzi che qualcosa è finito per sempre e la tua vita non tornerà mai quella di prima.

“Le cose peggiori sono il silenzio, e la fine di un tempo scandito da riti e abitudini. Ogni volta che me ne rendo conto sento quel vuoto allo stomaco che si prova quando ci si tuffa dall’alto.

Ogni persona che incontro fa le stesse domande.

“Che cosa è successo” e poi “Ma adesso, cosa farai?”

Non ho voglia di rispondere a queste domande troppo spesso e quando lo faccio rispetto un paio di regole che mi sono venute spontanee.

Niente lamentele: i dettagli che interessano a me non interessano a nessun altro.

E niente finto ottimismo. Il miglior favore che ci si può fare in un momento di crisi è di non fingere che le cose vadano benissimo e che un milione di progetti ti aspettino.

Così dico semplicemente che sto scrivendo un libro, questo libro.”

Mario Calabresi

"La mattina dopo" si legge in un soffio, anche se in realtà io l’ho ascoltato, seguendo la voce dell’autore attraverso un lungo sentiero di storie da percorrere in religioso raccoglimento. Ho ammirato i personaggi descritti: uomini e donne forti, luminosi nella loro capacità di rialzarsi ed incredibilmente umani nell’espressione delle proprie emozioni, dei propri dubbi e delle proprie domande di fronte alle sfide più impegnative della vita.

Anche questo libro sembrerebbe essere, del resto, figlio di una di queste sfide, il risultato di un imprevisto, quanto fertilissimo  inciampo.

O forse, invece, è l'espressione di un pensiero già allenato a resistere alle difficoltà, il frutto di un atteggiamento abituato a trasformare le cadute in blocchi di partenza sui quali darsi la spinta verso nuove entusiasmanti corse.

Molti nostri grandi risultati nascono dall'elaborazione di una caduta o di un grande dolore. "La mattina dopo" è il meraviglioso frutto  di questo processo di elaborazione

Dopo soli tre anni di attività in qualità di direttore del quotidiano “La Repubblica”, Mario Calabresi viene informato, da un giorno all’altro, che verrà sostituito. Con il lavoro egli lascia il suo ruolo, il suo tempo vorticosamente impegnato, le centinaia di persone di contorno e le mille abitudini e dipendenze che caratterizzano la sua routine.

Con la carica di direttore, se ne va una parte importante di sé.

Trovandosi di fronte ad un cambiamento così netto e doloroso egli sceglie di trasformare l'enorme vuoto che si apre davanti a lui in un inaspettato dono fatto di tempo e persone care.

Così, scrive e pubblica “La mattina dopo”, che contiene il racconto di tantissime storie vere piene di dolore, amore, valori saldi, bellezza, forza e capacità di rinnovo.

Facendo una piccola ricerca, scopro che "La mattina dopo" non è l’unico progetto che concretizza: in un solo anno Mario Calabresi scrive un secondo libro, contribuisce a creare una casa editrice di podcast che ora dirige e crea una newsletter dove ha la possibilità di fare il giornalismo che piace a lui, quello con l’essere umano al centro della storia.

“Scrivere all’alba la news letter e trovare una o più storie ogni settimana non è un’impresa semplice, ma non è mai un peso per me. Questa è una fatica che mi fa felice.”

Le otto lezioni di ottimismo e coraggio tratte da "La mattina dopo"

Cadere, farsi male e rialzarsi è una regola che non risparmia alcun essere umano su questo pianeta: l'importante per noi è non farci prendere dallo sconforto e cercare di far tesoro di ogni caduta.

"Cadere non è un fallimento, il fallimento è rimanere là, dove si è cadutidiceva il grande Socrate.

Ecco, dunque, sintetizzate, le otto lezioni che ho appreso da “La mattina dopo” e dalla vita efficace, intensa e piena di questo coraggioso autore:

  1. Il dolore non risparmia nessuno.
  2. È meglio agire piuttosto che lamentarsi.
  3. È più appagante essere onesti piuttosto che apparire sereni.
  4. Quando il tempo è di qualità si allarga e ci consente di fare tutto ciò che desideriamo.
  5. Quando fai ciò che ami riesci a trovare le energie per compiere tutto ciò che “devi”.
  6. Quando trovi il significato in ciò che fai, le cadute non sono che occasioni per fermarsi, per interrogarsi su ciò che desideriamo e per crescere e raggiungere una migliore realizzazione di noi stessi. 
  7. La fatica che si sente nel fare cose in linea con i nostri valori e in direzione dei nostri desideri è una fatica che ci rende felici. 
  8. Quando la vita “ti dice di no”, abbiamo ancora la possibilità di dire di si. Si all’amore. Si al proprio sorriso e alla voglia di far sorridere gli altri. Si alla meraviglia. Si al condividere i pesi, le gioie e gli importantissimi apprendimenti. Si alla vita. 

Spero che questo mio articolo sia di ispirazione a chi si trova in blocco e anche a chiunque si stia facendo delle domande sulla bontà del proprio cammino e sull'utilizzo del proprio tempo :)  

Se vuoi scrivermi la tua personale esperienza sarò lieta di leggerla e di risponderti personalmente :) 

Non ho tempo!

Quante volte abbiamo detto questa frase o l’abbiamo sentita pronunciare da chi ci è vicino?

Uno dei problemi più rilevanti per noi donne e uomini moderni è quello di trovarci pian piano immersi in uno stile di vita che non ci permette di avere il controllo sulla nostra risorsa più preziosa: il tempo. 

Considerando le numerose richieste di aiuto che arrivano nel mio studio a causa del cosiddetto stress, posso dire con certezza che una certa sensazione di “apnea” affligge tantissime persone che si trovano ad affrontare una vita fatta di corse, di rinunce e di impegni che non sempre si possono scegliere.

Slalom via via più complessi vengono organizzati per rispondere alle richieste di un mondo ogni giorno più veloce, mentre le nostre esigenze profonde giacciono inascoltate e arrese sul fondo della nostra consapevolezza. 

Ma è davvero questa la realtà delle cose?

Non abbiamo davvero il giusto tempo necessario per fare le cose a cui teniamo, o è solo una delle tante idee di cui la nostra mente si è gradualmente convinta?

 

Il tempo che abbiamo e il tempo che gettiamo dalla finestra

Se facciamo un piccolissimo esperimento e annotiamo su un foglio bianco tutte le ore che passiamo giornalmente al telefono o sui social, allora ci accorgiamo che non è proprio il tempo a mancarci, ma qualcosa di diverso. 

Il mio i-phone ne è testimone ogni settimana, nel momento in cui mi consegna il resoconto della mia attività senza neanche chiederlo: un mucchio gigantesco e sterile di ore perse.

“Si ma io con il telefono ci lavoro!” “Quante volte mi fermo a scrivere sul telefono perché sono ispirata, mica sempre ho il PC dietro!” “Forse nel cumulo di ore si calcolano anche gli audiolibri…” 

Stupidaggini!

Se avessi telefonato meno a caso, o se avessi tolto certe App dal dispositivo, potrei affermare di aver usato in modo produttivo uno strumento tecnologico utilissimo. Ma mi sono guardata bene dal cancellare i social dal mio cellulare! 

E se poi mi venisse un’irrefrenabile desiderio di postare proprio quella meravigliosa, originalissima foto del mare d’inverno, uguale agli altri ottocentottantottomila flutti ostiensi immortalati dal Marzo 2020 ad oggi? Come poter frenare l’entusiasmo fino a casa?

Questo pensavo, fino a pochissimi giorni fa.

Non sapevo che stavo per cambiare idea, grazie ad un bellissimo “incontro” che mi attendeva sul cammino…l’incontro con un libro speciale!

Prima di leggere “Riconquista il tuo tempo”, di Andrea Giuliodori, non mi ero mai scervellata troppo per capire come stavo impiegando la mia giornata, tanto… in qualche modo dovevo far passare queste 24 ore che ho a disposizione ogni giorno!

Così,  programmavo le attività necessarie e poi trascorrevo in maniera un po’ casuale quelle piccole quantità di tempo “avanzate” tra un impegno e l’altro. 

A chi non è successo di tirar fuori il cellulare sui mezzi, o nella sala di attesa di un medico, o anche solo mentre si fa la fila alla cassa del supermercato?

Il paradosso in cui ci troviamo a vivere, dunque, è molto particolare: pensiamo di non avere tempo per fare ciò che ci piace perché siamo presi dalle corse verso i nostri impegni, ma poi, per sopire l’insoddisfazione che ci deriva dal non fare ciò che amiamo, perdiamo minuti e ore sui social, illudendoci di avere davanti a noi un tempo infinito. 

E così ci troviamo a dire che passeremo “dopo” a salutare quell’amico, che visiteremo “poi” quel posto in cui vogliamo andare da tempo, che faremo “più tardi” quell’attività che ci fa sentire vivi.

 

“Dopo”, “poi”, “più tardi”. Le parole trappola dove cadono i nostri desideri 

Ci capita spesso di pensare e dire queste parole: “dopo”, “poi”, “più tardi”, “più in là”, rimandando ad un momento idealmente più favorevole ciò che vogliamo realizzare o anche solo sperimentare. 

Lo facciamo finché quel “dopo” diventa “domani”, quel “domani” diventa “durante il week end” o “quando avrò le ferie”, quel “quando avrò le ferie” diventa “quando andrò in pensione”. 

“Se” andrò in pensione.

Il mio amato patrigno aveva rimandato alla fine della sua carriera lavorativa uno dei suoi più grandi desideri: fare un fantastico giro della Sicilia con la sua barca a vela.

Quel “poi”, però, non è mai arrivato, perché la morte ce lo ha strappato via in pochi mesi, qualche metro più in là del raggiungimento di quell’agognato traguardo.

Per fortuna il nostro “Capitano” (così lo chiamavamo quando volevamo affettuosamente prenderlo in giro) era un tipo che sapeva vivere al meglio anche ogni singolo momento della sua quotidianità, che si trattasse di verniciare la chiglia della sua “Estimada”, di far assaggiare un cibo nuovo alla mia bimba, o anche solo di ammirare la magia del tramonto seduto sulla sua terrazza. 

A me però quel suo sogno, quel veleggiare verso Noto, è sempre rimasto nel cuore, come una delle tante gemme cadute dal mio susino ancora chiuse, spazzate via da uno scirocco beffardo.

La gestione del tempo è un tema essenziale, che tocca la vita di ognuno di noi e non ha senso rimandare al capolinea le decisioni che ci servono oggi,  adesso, per godere di una vita piena e felice.

 

Come riconquistare il nostro tempo: un occhio alla consapevolezza e uno alle cattive abitudini 

Riconquistare il nostro tempo non è un’impresa semplice, specialmente se siamo preda di cattive abitudini e se non abbiamo piena consapevolezza delle conseguenze che possono avere anche piccole azioni sul nostro futuro.

Ma come fare a contrastare l’inconsapevolezza e le abitudini dannose?

È davvero possibile iniziare a vivere tenendo a mente che il nostro tempo sulla Terra è limitato e, grazie a questa cognizione, riuscire ad allargare ogni singolo attimo della nostra esistenza? 

Da mamma e da libera professionista so quanto sia difficile cambiare le nostre giornate e so quanta fatica costi fare “tutto ciò che serve” incastrandolo a “tutto ciò che ha valore” per noi stesse. 

La vita di una mamma è un percorso fra ostacoli di ogni tipo e rimanere focalizzate sui nostri obiettivi è una prova che non sempre si riesce a superare con successo, o comunque, con l’idea di aver fatto tutto bene. 

Le sensazioni che accompagnano le gioie della maternità sono spesso contrastanti e non tutte gradevoli.

Le emozioni spiacevoli si vanno ad aggiungere, come peso extra, al fardello delle responsabilità e dei doveri che ci piovono addosso da un momento all’altro.

Le mamme che incontro nel mio studio riportano spesso vissuti di:

  • frustrazione, per non riuscire a vedere i risultati di tutti gli sforzi fatti.
  • solitudine, per non essere "viste" nella loro fatica.
  • rabbia, per non avere la possibilità di rigenerarsi a dovere.
  • senso di colpa, per aver necessariamente tolto qualcosa a qualcuno

Molto spesso, quel qualcuno siamo noi stesse. 

Per anni, dopo la nascita dei bambini, mi sono trovata solo a reagire a quanto accadeva intorno a me, cercando di ritagliare con le unghie e con i denti lo spazio per la mia passione, l’hip hop, o quello necessario a passare un po’ di tempo spensierato con i miei amici. 

Il sogno di realizzare dei progetti miei, di esplorare altri ambiti e quello di crescere come professionista rimanevano, però, a prendere muffa nell’armadietto dei pannolini prima, e dei libri scolastici poi.

Come fare, dunque, per uscire dal frullatore in fretta e senza dannosi strascichi emotivi? Come possiamo riconquistare il nostro tempo?

 

Riconquistare il nostro tempo in modo semplice e senza troppi sacrifici: ecco come ho fatto spazio al cambiamento

Un giorno, per caso, mi sono imbattuta in uno degli articoli di EfficaceMente che parlava della gestione del tempo e ho capito che non era il tempo a mancarmi.

Il mio problema non era nel "quanto” ma nel “come” e, per l’esattezza, nel modo in cui gestivo me stessa in relazione ai preziosissimi 86.400 secondi che avevo a disposizione ogni giorno della mia vita.

“Non cambierai mai la tua vita finché non cambierai qualcosa che fai quotidianamente” 

Andrea Giuliodori

Non era vero che mi mancava il tempo, ciò che dovevo imparare era a gestire meglio me stessa rispetto al tempo che avevo a disposizione. 

Per arrivare a dar corpo ai miei desideri, dovevo agire su me stessa, e per farlo dovevo migliorare la mia organizzazione!

Le sfide con i pargoli e gli eventi difficili incontrati durante il corso della vita avevano allenato la mia elasticità e nutrito la mia resilienza, ciò che mi mancava era reinserire la pianificazione e l’organizzazione nella mia quotidianità, esattamente come avevo fatto all’università e dopo, durante la specializzazione.

Dovevo rispolverare quei ricordi sfumati di me che avevo appeso come vecchi quadri nella cameretta dei bambini e imparare nuove strategie e tecniche dal migliore blog in circolazione, quello di Andrea Giuliodori, che ha fatto del “Time management” il suo cavallo di battaglia.

Dopo aver letto gran parte del materiale presente sul blog, mi sono finalmente avventurata nel libro “Riconquista il tuo tempo”, che ho letto in un soffio.

 

“Riconquista il tuo tempo. Vinci le distrazioni, riprendi il controllo delle tue giornate e migliora la tua vita”

Questo libro di Andrea Giuliodori è un testo che consiglio veramente a tutti, poiché cambia in maniera radicale e permanente il modo di vedere noi stessi rispetto alla dimensione “tempo”.

Già nel primo capitolo, grazie all'immagine dello "schermo magico", ti senti trasportare verso un bellissimo viaggio, quello attraverso la scelta e la costruzione della versione migliore di te stesso.

La lettura è scorrevole, le teorie e gli esperimenti vengono spiegati in modo semplice e chiaro, tanto che sono arrivata alla fine del libro in un paio di giorni, semplicemente, come consiglia il libro, rinunciando per alcuni giorni alla lettura delle notizie sui social.

La curiosità mi ha guidata pagina dopo pagina, i capitoli sono letteralmente volati compiendo gli esercizi e la lettura mi ha lasciato addosso quella magica sensazione di pienezza che ti regala il tempo trascorso “bene”.

Attraverso il procedere dei capitoli ho riflettuto a fondo su ciò che è meritevole di attenzione nella mia vita e ciò che invece succhia solo tanta energia senza dare niente in cambio.

In più, ragionando sulle evidenze scientifiche e sulla mia quotidianità, ho capito l’importanza di inserire dei comportamenti alternativi nella mia routine.

Da professionista della salute mentale, e da mamma, ho particolarmente apprezzato la sezione dedicata alle conseguenze negative di un utilizzo sbagliato della tecnologia e dei social sul nostro benessere.

Come donna che fa tante cose contemporaneamente… il capitolo dedicato al falso mito del multitasking mi ha davvero entusiasmata!

Adesso so come recuperare la risorsa più importante: il mio tempo. 

Ciò che devo fare è solo mettere in pratica, con costanza, quanto appreso. E se voglio farlo è meglio che io inizi da subito, oggi, togliendo le App dei social dal telefono, dedicando ad essi il giusto spazio e scegliendo con cura ogni giorno le persone e le attività alle quali donare il mio tempo.

Vorrei chiudere questo articolo con un proverbio che per me è di grande impulso per guardare al futuro:

 

“Qual è il momento migliore per piantare un albero? 

“Vent’anni fa.”

“Qual è il secondo momento migliore? 

“Oggi”

Antico proverbio cinese

 

Costruire una versione migliore di noi è possibile, il primo passo da fare è ora. 

Buona lettura!

 

 

 

In Danimarca esiste una libreria dove puoi prendere in prestito delle persone in carne ed ossa per ascoltare i loro racconti di vita.

Quando la mia collega Cleide si imbatte in questa notizia mi telefona immediatamente: 

“Sabrina, perché non facciamo la stessa cosa qui? Possiamo creare una piccola biblioteca dove chiunque possa condividere la sua storia ed essere di sostegno ad altre persone… Che ne pensi?”

Sentendo il suo entusiasmo e intuendo le potenzialità di un progetto simile, non ho alcuna esitazione! 

“Va bene - rispondo - “Facciamolo!”

Prendere in prestito una persona in carne ed ossa come se fosse un libro … è un’idea un po’ stravagante ma, perché no? 

Cleide ed io siamo abituate a lavorare in tandem ed è sempre un’esperienza appagante e ricca di lezioni da portare a casa, solo per questo direi si ad ogni cosa che mi propone!

E poi, sarà il momento di estrema povertà nelle relazioni sociali che mi porta a sognare un mondo dove ci si incontra nuovamente davanti ad un tè per raccontarci una storia, sarà che credo profondamente nel potere curativo dei racconti, ma non posso non innamorami subito di questa iniziativa.

Ed ora eccoci qua,  all’inizio di una bellissima nuova avventura da condurre insieme! 

Dopo pochissimi giorni di incubazione, la nostra Libreria Vivente sta finalmente partendo.

Moltissime persone hanno deciso di diventare “libri parlanti”, altre si sono messe in lista di attesa per leggere le originalissime narrazioni in essa custodite.

 

Ma come funziona, in pratica, la Libreria Vivente?

È tutto molto semplice... 

Il Gioco della Libreria Vivente: un mondo di storie tutte da scoprire e da ascoltare

La Libreria Vivente ha come idea di fondo il lasciare che le persone possano essere aperte e “sfogliate”, esattamente come fossero libri

In questa strana biblioteca, gli individui in carne ed ossa si trasformano momentaneamente in “pagine parlanti" che possono essere prese in prestito e intervistate, o anche solo ascoltate in silenzio. 

Dalla nostra lunga esperienza a contatto con le persone, abbiamo appreso che per raccontare episodi di valore non occorre aver compiuto imprese eccezionali. 

Non importa aver scalato il Terminillo o essere riusciti a salvare tutte le nutrie del Tevere per essere di ispirazione ad un’altro essere umano.

A volte, è sufficiente narrare come abbiamo superato un ostacolo, come abbiamo risolto una situazione, come abbiamo conquistato un obiettivo ... e possiamo essere di aiuto a chi ci ascolta! 

Crediamo, infatti, che ciò che diamo per scontato nella nostra vita possa diventare un insegnamento importante per un altra persona che sta vivendo la stessa situazione.

Oltre a ricevere un sostegno emotivo ascoltando la storia di un altro essere umano, il lettore può anche usufruire di altri vantaggi, come ad esempio allargare il suo punto di vista su vari argomenti e questioni. Conoscere meglio le persone e il loro vissuto ci aiuta ad entrare in mondi diversi e poco conosciuti, allena l’empatia e apre il nostro sguardo su molte realtà che possono essere oggetto di pregiudizi e false credenze. 

Attraverso il racconto e l'ascolto possiamo offrire aiuto, sentirci utili e nel contempo godere dello scambio umano che ci fa crescere insieme a persone simili e diversissime da noi, in un confronto costruttivo ed arricchente per entrambe le parti. 

Perché perdere un'occasione come questa? 

 

Come diventare un Libro Vivente e donare agli altri la propria esperienza 

Al momento contiamo già su tantissime persone che si sono offerte di raccontare la propria storia.

La Libreria sta pian piano popolandosi di “titoli” che stanno facendo presagire la magia che si sprigionerà entrando in questa straordinaria esperienza.

Ma come decidere la nostra “headline?”

Il titolo è un modo per presentarci e per dare un’idea del contenuto del nostro racconto.

Nella biblioteca non figurerà il nostro nome, ma solo la lista di titoli con accanto il numero di telefono o il riferimento attraverso il quale il narratore vuole essere contattato dai potenziali lettori. 

L'interessato scriverà un messaggio senza sapere chi c'è dall'altra parte del filo... potrà rispondere un uomo o una donna, potrà essere grande, giovane, italiano o straniera... quello che conta è la storia che è stata scelta e che siamo impazienti di ascoltare. 

Una volta consultata la lista, quindi, i lettori saranno liberi di prenotare la storia da ascoltare, semplicemente scrivendo un messaggio all'interessato e concordando un appuntamento. 

Per il momento, gli incontri avverranno al telefono oppure in videochiamata.

Un giorno non molto lontano torneremo ad incontrarci di persona e leggere e raccontare saranno un ottimo pretesto per stringere nuove amicizie e allargare gli orizzonti della nostra esperienza. 

 

Il Titolo racconta molto di noi. Qualche esempio tratto dalla nostra Libreria Vivente 

- La vita che non ti aspetti

- Mamma di pancia e mamma di cuore: l'affido

- Con il sorriso, sempre!

- Il coraggio di cambiare

- Abili nel cuore

- La gioia di partorire

- La forza della resilienza

- Un'amicizia complementare

- Ce la possiamo fare!

- La rosa della famiglia Addams

- Una mamma in affanno

- L'amore oltre la disabilità

- Io sono in te e tu sei in me: noi siamo uno

- Madre in gabbia

- NewYork tra mito e realtà

- Amarsi più di prima, dopo inaccettabili rivelazioni

- Non tutti i padri vengono per nuocere

- Amici per caso, genitori per scelta

- Anima migrante

- La clinica del perdono

- La targhetta del tempo

- Che m'areggi i zoccoli?

- Alla scoperta di me, il mio cammino verso me stessa

- Il ragazzo partigiano

 

“La Human Library”: come nasce e perché: alcuni cenni storici sulla fonte di ispirazione del nostro progetto

La Human Library nasce nella primavera del 2000 in Danimarca, a Copenhagen, per mano di Ronni Abergel e suo fratello Dany, con l’aiuto dei colleghi Asma Mouna and Christoffer Erichsen. 

La scintilla che da vita a questa iniziativa è l’aggressione razzista che capita ad un membro del loro gruppo e che fa nascere una riflessione sui motivi alla base di molti atti violenti.

Combattere l’ignoranza e l’odio immotivato diventa l’obiettivo principale del progetto.

Molti individui che si offrono di diventare “libri” fanno parte di minoranze e sono coscienti di avere un problema nell’essere visti e riconosciuti dalla maggioranza delle persone.

Oggi, l’organizzazione si è radicata in ben cinquanta Paesi. Alcune biblioteche sono permanenti, altre vengono allestite solo per un breve periodo.

 

TI È PIACIUTO IL NOSTRO PROGETTO? 

Se la nostra iniziativa ti ha entusiasmato e vuoi far parte dello Staff dei narratori della nostra Libreria Vivente, allora segui attentamente le istruzioni per unirti al progetto :)

Istruzioni per i narratori:

  • Mandare un messaggio ai numeri 335 28 38 28 - 334 353 11 54 scrivendo dove potere ricevere i moduli di adesione.
  • Indicare un numero telefonico/mail/profilo dove poter essere contattati dai lettori.
  • Compilare e restituire il modulo per il consenso alla privacy (importantissimo) al fine di poter essere inseriti nella lista dei libri parlanti. 

Ricordiamo a tutti gli associati il divieto di fare pubblicità alle proprie professioni/attività commerciali e di non utilizzare i contatti ricevuti per inviare materiale di promozione  personale. 

Alla base del nostro progetto c'è la voglia di connettersi in modo libero e gratuito, al fine di crescere insieme emozionandoci e divertendoci!

Siamo tutti libri aperti, lasciamoci leggere...

 

 

Il mio è un lavoro particolare. Per uno psicologo non è facile separare ciò che fa in studio da ciò che è fuori, né è sempre possibile lasciar cadere la penna a fine seduta e tornare a casa senza portare dietro quel carico di emozioni che emergono attraverso ogni tappa della terapia.  

Un’energia potente sgorga dai fiumi di parole, dai gesti, dai silenzi condivisi nel caldo guscio della Stanza 1, la mia preferita, quella con la stampa di Klimt alle mie spalle e i pesciolini nell’acquario che danzano, ignari di tutto il dolore che scorre.

Da quando esercito, non c’è una persona che non abbia lasciato un piccolo cambiamento in me, nel mio modo di vedere il mondo. 

Ogni racconto è una finestra da aprire e un labirinto nuovo da percorrere insieme, ogni domanda è una tela da dipingere con colori spesso solo distrattamente dimenticati in un vecchio cassetto. 

Non sempre scrivo ciò che mi lascia questo ricchissimo scambio umano. Stasera, però, non riesco a dormire senza scrivere le emozioni che sento dentroIl colloquio di oggi pomeriggio ha lasciato in me una dolcezza infinita e una profonda gratitudine. 

Così, anche se la mia Signorinaocchigrandi non può leggere queste mie parole, io le scrivo lo stesso, affinché il mio pensiero e la mia energia la possano raggiungere e arrivare anche a tutti quei ragazzi che vivono le ruvidità di questo presente un po’ diverso da come lo avevamo immaginato per loro. 

Lettera aperta alla mia giovane paziente 

“Cara Signorinaocchigrandi, prima di tutto le vorrei dire che è un onore aver ricevuto la sua richiesta di aiuto e un privilegio riuscire a portare un pezzetto di sereno nel suo caos fatto di dossi, salite e curve strette. 

L’adolescenza è una brutta bestia. 

Lo è per lei, ma lo è stato (davvero) per tutti.

Non posso dirle ciò che ho pensato e fatto io alla sua età, il codice deontologico non prevede tali confidenze ... Ma mi creda sulla parola: se ce l’ho fatta io, ce la farà di sicuro lei, che si vede lontano un miglio che ha la stoffa dei campioni.

Le cose che vuole dirmi già le so, le leggo nel velo di tristezza che le incurva le spalle.

Andare a scuola era noioso, ma ha appena scoperto che non andarci è forse peggio.

Ha pian piano dovuto rinunciare alla sua vita, un pezzo alla volta, mollando lo sport, le passeggiate in gruppo, i fast food nel pomeriggio, le prime serate in disco, gli sleep over, le gite, i giri in metro fino in centro, gli ape colorati e le cioccolate con panna nei bar affollati di risate e schiamazzi. 

Ha dovuto festeggiare i compleanni in due o tre gatti spennati, senza vestito elegante e senza poter abbracciare i nonni. 

Ha passato il Natale più solitario della sua giovane vita e ha dovuto programmare le uscite guardando il rosso sul calendario invece del grigio del cielo. 

Ha dovuto fare amicizia attraverso uno schermo, rinunciando agli amori immediati e spontanei che nascono dallo star insieme fuori casa ore e ore a cazzeggiare, vagando senza meta, bevendo dallo stesso bicchiere e trovandosi ad un tratto così vicini da potersi sfiorare e baciare.

È facile in questa palude di stimoli mutilati sentirsi soli. Impauriti. Sbagliati.

È naturale piangere a fiumi, o restare seduti muti come arbusti, se ogni volta che ti alzi "ci" prendi la sveglia.

Però voglio dirle una cosa Signorinaocchigrandi: diventare adulti è un’impresa ardua da sempre.

Per ogni donna e per ogni uomo del pianeta l’adolescenza è lo stesso identico film, cambiano i personaggi, gli scenari, i dialoghi … ma la storia è sempre la stessa: tu stai di merd@ e il mondo non si volta a raccogliere i pezzi di cuore che spargi per strada.

Lei Signorina oggi fa una scelta coraggiosa, ferma la giostra che non la diverte più e socchiude la mia porta.

E non sarà divertente, né facile aprirla. 

Da qui intravedo un cammino pieno di semafori, fango e tunnel segreti ancora da mappare.

Lei mi guarda speranzosa dopo che l’ora è scivolata via, lo sguardo teso che attende indicazioni e risposte, ed io in cambio le offro solo un sacchetto pieno zeppo di nuove domande. 

Le dico solo una cosa, e magari non colmerò il suo vuoto (ma il mio un po' si) : il male che sente ora non durerà per sempre. 

Un giorno lei si volterà e sorriderà della sua meravigliosa vulnerabilità, dei suoi pensieri un po’ pazzi.

Non c’è crescita senza dolore e non esiste felicità senza termini di paragone incisi sulla nostra pelle.

Io so che una vita straordinaria la aspetta là fuori, insieme ad una cascata di esperienze meravigliose da scoprire, scartare e gustare come quadretti di cioccolata trovati sul cammino. Lo so perché vedo nei suoi occhi grandi le mille e più risorse ripiegate nei suoi “Non credo”, nei suoi “Non so”.

Stasera vada a letto pensando di esser stata coraggiosa, prima di chiudere gli occhi si concentri sulla forza che sobbolle in lei e sorrida: respirare in un sorriso renderà il sonno sereno e luminosi i suoi sogni. 

In attesa del vento giusto e finché lei me lo chiederà, soffieremo insieme per spiegare metro metro le sue ampie e maestose vele. 

Il futuro è lì che aspetta radioso, come un sole nascosto oltre le nubi di questo stop.

Adesso posso finalmente posare la penna ;) e sperare di avere sogni luminosi anche io, perché sto respirando a fondo e perché sto sorridendo, grata di ciò che ho ricevuto anche stavolta. 

Buonanotte Missocchigrandi ... e buon viaggio a noi.

Anni fa, ho fatto un lungo viaggio in Florida con la mia famiglia.

Miami è stata una dolce scoperta: il clima caraibico ci permetteva di andare a maniche corte in quello che per noi era pieno inverno ed ogni giorno andavamo alla scoperta di posti nuovi che mi lasciavano incantata per la bellezza e l'unicità della natura.

Come sempre accade quando sono in "modalità escursione", però, è stato l'incontro con le persone a lasciare in me la traccia più profonda.

Ogni viaggio, infatti, è un'occasione imperdibile per conoscere un po' meglio l'essere umano e, perché no, per scoprire anche delle parti nascoste di me che non aspettano altro che l'occasione giusta per emergere.

Spero che questo mio piccolo racconto porti un po' di leggerezza a chi legge, insieme alla possibilità di immaginare luoghi lontani e diversi in un momento in cui siamo tutti impossibilitati a viaggiare.

Spero anche che i miei pensieri stimolino le solite domande sulle nostre abitudini di pensiero e sulle mille cose che vorremmo e potremmo cambiare nelle nostre vite, persino senza muoverci di un metro dal nostro isolato!

Buona lettura :)

 

Take the Bus and... Take your time!

Sono entrata in un sogno qui in America, il sogno di ogni bambino. E non visitando Magic Kingdom, che pure è stata una bella esperienza, ma salendo su un anonimo "bus". 

A Miami funziona così: se vuoi prendere il "bus" gli fai un cenno dalla fermata ed esso si ferma.

Fin qui tutto uguale.

Stranamente, però, a Miami puoi salire su senza violentare il muro umano che nei tram romani si stipa contro le entrate (e le uscite) e trovi anche posto a sedere.

Prima di prendere posto, l'autista ti saluta e ti chiede come stai.

Già lì pensi di stare su "Candid Camera" o qualche programma simile dove ti prendono per il bavero e ti guardi in giro un po' sospettoso. Non vedendo movimenti sospetti, rispondi "Ciao, fine thank you, l'America is great" ... mischiando un po' le lingue così il pover uomo capisce che, quando e se chiederai indicazioni stradali, non dovrà partirti di "slang" a tutta canna.

Per fare il biglietto non devi girare seicento tabaccherie sempre chiuse quando hai bisogno, ma puoi farlo direttamente sul bus.

Se sai quanto devi mettere nella macchinetta lo fai da solo, altrimenti lui/lei (tantissime donne) ti aiuta, e tu puoi infilare le banconote al contrario o starci anche un secolo a scegliere le monetine giuste e nessuno dei passeggeri sclera.

Se c'è una persona diversamente abile alla fermata, l'autista si ferma, prepara lo spazio per la sedia a rotelle (tante macchinine elettriche) piegando i normali sedili, poi con tranquillità scende e mette la pedana speciale per far salire la persona. 

Se sei un amante della  bicicletta la puoi sistemare nel porta-bici situato sul muso del bus, e tutti aspettano senza emettere un fiato che la appendi e che la togli (immagina qui i commenti ... "dajeeee bbelloooo, 'nnamooo!!). 

Ciò che mi ha colpito di più però, è stata una piccola cosa.

Una vecchietta è salita e con calma è andata a sedersi sugli ultimi sedili, senza avvinghiarsi alle maniglie, senza tuffarsi sul primo posto libero. Solo pochi secondi dopo ho capito perché: lo sguardo dell'autista la seguiva nello specchietto retrovisore. Il bus non è partito finché la donna non si è messa comoda, e lei, sapendo quello sguardo premuroso su di sé, prendeva il suo tempo.

Qui usa molto dire alle persone "Take your time".

Credo che sia bellissimo regalare tempo e rispettare il tempo degli altri, ed in questo, purtroppo, abbiamo molto da imparare. 

Sono entrata in un sogno. Non era Magic Kingdom. 

Era un paese dove ogni bambino vorrebbe prendere l'autobus e coltivare il proprio tempo.

 

E a te succede di avere la sensazione di essere padrone del tuo tempo?

Quante volte ti accade?

C'è un episodio significativo che vuoi raccontarmi?

Scrivi una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  con i tuoi pensieri sul tempo, leggerò con cura ogni racconto!

 

Giorni fa ho subito un lutto molto pesante. Laura, la mia amica del cuore, è morta improvvisamente ed io sono stata fra i primi ad arrivare a casa sua. Sono grata per aver avuto la possibilità di salutarla, per essermi presa il mio lungo, infinito tempo con lei. Ho avuto modo di stare in silenzio vicino al suo corpo, ho potuto accarezzare i suoi capelli e sfiorare con dolcezza, per l’ultima volta, il suo viso a me così caro. 

Il peggio è venuto dopo qualche ora. Con l’arrivo di amici, parenti, dottori, preti e necrofori siamo entrati in un frullatore di emozioni, parole e azioni che hanno reso il momento di dolore ancora più complicato.

So che niente è in grado di evitare il dolore che si prova nel vedere scomparire all’improvviso un proprio amato, ma da osservatrice delle relazioni umane e da “esperta del cambiamento”, non posso che mettermi alla ricerca di risposte che ci aiutino a vivere meglio, per quanto possibile, una fase di transizione così delicata.

Prepararsi alla morte. Un’operazione possibile?

Sono tanti i motivi per cui proviamo dolore nel momento della morte di un proprio caro e non esiste un modo di soffrire che sia uguale per tutti. Ognuno ha la propria maniera di affrontare la sofferenza, e anche nel corso della propria vita nessun lutto è mai uguale ad un altro.

Credo, però, che ci sia un motivo di sofferenza che ci accomuni tutti: il non essere preparati. Ma si può mai essere preparati alla morte? A mio avviso si, o meglio no, se non si parte da una giusta preparazione alla vita. 

Prepararsi alla vita. L’importanza del concetto di “ciclo vitale”

“Per essere preparati alla morte occorre prepararsi alla vita.”

Cosa intendo con queste parole? Con “essere preparati alla vita” intendo l’essere messi in grado di poter affrontare al meglio le varie fasi di cambiamento che il ciclo vitale prevede per ciascuno di noi.

Ogni fase del nostro sviluppo come esseri umani prevede delle sfide che portano in sé degli ostacoli, difficoltà più o meno prevedibili che caratterizzano quel passaggio lì e non altri. 

Per esempio, quando un ragazzo entra in adolescenza è prevedibile che possa sviluppare dei comportamenti di opposizione rispetto alle regole familiari, che possa chiudere o variare la comunicazione con i propri genitori, che possa sviluppare delle insicurezze e delle ansie legate alle modificazioni che avvengono nel proprio corpo. Non è detto che ciò accada, ma è molto probabile che uno o tutti questi comportamenti possano apparire, spaventando i genitori che non riconoscono più il proprio “pargolo”. 

Conoscere da prima quelle che sono le criticità tipiche di ogni passaggio del ciclo vitale è un ottimo strumento per non perdere la direzione e per mantenere la fiducia nelle proprie possibilità di risolvere problemi considerati “normali” per quella fase. 

Oltre ai problemi prevedibili, ci sono anche quegli eventi che arrivano inaspettatamente, la classica legnata fra capo e collo, ed il caso della morte della mia amica ne è un classico esempio. 

Sono terremoti improvvisi, dolori lancinanti che si abbattono sul nostro mondo rendendo ogni paesaggio più povero e privo di colore.

Anche in questi terribili casi, possono essere adottati un pensiero e delle strategie che ci rendono più forti, nonostante la sofferenza e la vulnerabilità sperimentata in tali momenti. 

Molte persone sono naturalmente portate a far tesoro del dolore che ricevono e a trasformarlo in benzina per ripartire più forti di prima, altre non riescono a reagire e devono essere aiutate a superare in modo costruttivo le proprie sofferenze. 

La felicità non è un evento casuale, essere felici nonostante tutto è una scelta fatta di tanti tasselli che si incastrano in sequenza. Come costruire i tasselli, e come organizzare dei bellissimi disegni è un’arte che si può apprendere in qualsiasi momento e a qualsiasi età.

Le lacune formative dell’epoca moderna, pensiamo di sapere tutto di tutto e non sappiamo nulla di noi stessi 

Nella mia esperienza, ho potuto constatare quanto anche nel nostro modernissimo e informatissimo mondo manchi un’adeguata “istruzione” rispetto alle prevedibili difficoltà che accompagnano i diversi momenti dell’esistenza. Oltre a non sapere, siamo anche lasciati soli, senza una guida, nel momento in cui queste difficoltà puntualmente prendono forma.

Prendiamo l’esempio della nascita di un figlio. Quanti di noi sono davvero preparati a questo evento?

I media e le pubblicità ci fanno pensare che crescere un bambino sia una passeggiata di salute all’ombra di girasoli e sorrisi, ma… siamo davvero tutti consapevoli fino in fondo dei dei disagi e delle fatiche che comporta il diventare genitori? Un tempo, prima di stringere al petto il proprio bebé, le donne avevan visto partorire zie, sorelle e magari anche la loro stessa mamma.  Erano coscienti della fatica che comporta la crescita di un figlio e potevano contare sull’aiuto del gruppo familiare. Oggi, può capitare di arrivare a casa con il nostro fagottino urlante senza mai aver visto prima un neonato e senza sapere dove mettere le mani. Questa mancata “preparazione” e l’assenza di figure-guida alle quali appoggiarsi, possono causare nei genitori ansia, stress e nei casi peggiori stati depressivi molto pericolosi per la vita della mamma e del bambino. 

Lo stesso stordimento può verificarsi di fronte alla malattia, quando rimaniamo impietriti di fronte alle parole di un medico non troppo empatico che ci comunica una diagnosi nefasta, oppure di fronte alla morte, non riuscendo a toccare il corpo della persona cara che si è appena spenta o non accettando per anni che il fatto si sia realmente verificato. 

Questo tipo di “lacuna formativa” tocca molti passaggi fondamentali della vita dell’uomo e della donna, dal menarca all’andropausa, dal parto alla morte, passando per tutti gli step intermedi.

Ma perché se certi eventi sono inevitabili e parte integrante della vita, non dedichiamo tempo ed energie per “prepararci” al meglio delle nostre possibilità? La paura, la vergogna, il pudore possono essere i nostri grandi ostacoli sul cammino.

 

La paura si combatte con la felicità. Come arrivare a questa meta ambita? 

Come costruire la felicità: l’importanza di crescere con le giuste informazioni

In famiglia il pudore, la vergogna e la paura spesso bloccano la comunicazione sui temi legati al sesso, alla malattia e alla morte. 

In molti casi manca persino il tempo materiale per aprire certi discorsi: si lavora, si mangia, si dorme, poi ti svegli un giorno e tuo figlio ti sta chiamando dal Campus. 

E se in famiglia non si parla, a scuola le cose non vanno meglio. I programmi sono datati e non prevedono la cura di intelligenze diverse da quella logica e verbale, manca totalmente l’attenzione allo sviluppo dell’intelligenza emotiva e i temi legati alla sessualità e all’affettività sono trascurati e messi dietro ad altre “priorità”.

Leggere libri di psicologia, fare corsi di crescita personale, crearsi una propria cultura su questi temi, sono strumenti essenziali per poter affrontare al meglio le sfide che la vita ci propone. 

Anche ricorrere all’aiuto di un esperto può aiutarci ad allargare il nostro punto di vista sui problemi e può essere di grande beneficio nel riordinare le emozioni scatenate dai bruschi cambiamenti.

Come costruire la felicità: l’importanza di creare antidoti al dolore

Oltre ad acquisire le giuste informazioni su quelle che sono le difficoltà tipiche di ogni fase di vita, occorre anche mettere il focus su quello che possiamo definire il nostro “giardino interiore”, creando dei veri e propri antidoti al dolore. 

Da ciò che osservo nel mio lavoro e dal tipo di problemi che le persone mi confidano, nasce in me la certezza che non stiamo dando la giusta attenzione a quelli che sono i valori fondamentali legati alla felicità di ogni essere umano. Inseguiamo spesso situazioni che una volta raggiunte non ci rendono felici, desideriamo sovente oggetti che una volta ottenuti mettiamo da parte. Siamo sempre alla ricerca di qualcosa che non c’è.

Quanto del nostro tempo è dedicato a capire quali sono i valori nei quali ci riconosciamo? 

Quanto ad affinare le abilità cardine che sono utili alla costruzione della nostra realizzazione personale?

È essenziale iniziare a coltivare fin da giovanissimi quelle qualità e quelle abilità che ci renderanno più forti e preparati a fronteggiare gli eventi.

Le medicine che stimolano la nostra felicità sono anche gli antidoti efficaci contro l'incertezza e il dolore che la vita ha previsto per noi.

Le tradizioni filosofiche più antiche, le discipline orientali e anche la psicologia positiva, nel suo piccolo, sono in grado di fornire gratuitamente una piccola preziosissima cassettina di attrezzi essenziali per vivere meglio e per affrontare i momenti di estrema difficoltà. 

Consapevolezza, coraggio, generosità, gratitudine, gentilezza, capacità di accettare, saper mettere da parte il proprio ego, riuscire a cogliere la bellezza collaterale, sentirsi parte della natura e del cosmo, restare nel qui e ora: questi sono solo alcuni degli strumenti che dovremmo conoscere, acquisire e saper maneggiare con cura. Abilità, pratiche e qualità spesso ritenute poco utili nella vita e che invece sono strumenti in grado di salvarci anche dalla morte. 

Mi chiedo se un giorno riusciremo a raggiungere un livello così alto di evoluzione interiore, e lo spero intensamente. La motivazione che muove il mio lavoro è la certezza che ognuno di noi possa fermarsi a riflettere sul proprio agire nel mondo e chiunque sia in grado di cambiare, un piccolo pezzettino alla volta, il proprio pensare, il proprio sentire e le azioni che ne conseguono.

Da oggi io stessa continuerò a fare tutte le azioni che so essere utili e preziose al mio benessere, affinché la gioia venga coltivata. 

Proverò ad agire sui miei pensieri, tentando di prendere questo dolore e a trasformarlo in profonda gratitudine per tutto ciò che ho potuto cogliere da questo legame così intenso e profondo. Incontrerò la mia amica in meditazione, o nei sogni che sempre faccio, pieni di colore, amore e vita. 

Infine, adopererò le mie energie affinché da questa esperienza nascano dei bei pensieri e dei progetti che possano essere utili, affinché tutti i semini piantati dalla mia amica Laura nascano e crescano nel calore del sole.

Dedicato a Laura Moreschi alias Lalla Palla. Che il tuo sorriso continui a portare luce su ogni cuore triste.

 

“Ti preoccupi troppo di ciò che era e di ciò che sarà.

Ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono, per questo si chiama presente”

Maestro Oogway

Il maestro Oogway consegna queste parole al suo discepolo che lo ascolta attentamente spalancando gli occhioni grandi da panda davanti a tale meravigliosa rivelazione.

Si dice che questa piccola formula segreta del saper vivere felicemente fosse già uscita dalle labbra della famosa attivista per i diritti civili Eleanor Roosvelt, ma si sa, un cartone animato emoziona più di cento libri di storia! 

E così, anche io mi trovo a citare Kung fu Panda, felice di farlo, complice il fatto che a doppiare il protagonista della nostra storia sia uno dei miei artisti preferiti...  :D

Ma perché questa frase ha un così grande impatto su di noi? E perché lo scambio queste parole si è trasformato in una delle vignette più pubblicate sui feed dei vari social?

Una possibile ragione è che, sebbene ogni essere umano conosca l’inestimabile valore dell’attimo presente, ci sia sempre bisogno di fermarsi un secondo o due a riflettere, prima di … ricordarsene!

Piuttosto paradossale il doversi rammentare dell’esistenza di noi stessi nel presente… ma se ci pensiamo bene è una capacità non così scontata.

Da tempo immemore i migliori maestri spirituali e ora anche i miei colleghi psicoterapeuti invitano a tenere a mente una profonda verità: il passato è solo un ricordo e il futuro è solo un’aspettativa. Entrambi hanno vita solo nel momento presente.

Questa consapevolezza può davvero farci riconoscere il potere immenso del vivere nel "Qui ed ora", essendo questa l'unica realtà in cui essere vigili, attenti e in grado di scegliere comportamenti efficaci. Essere attenti e presenti ci evita di reagire in modo automatico agli stimoli, e può donare un senso vero a ciò che stiamo facendo nel mondo, letteralmente cambiando la  nostra vita … in meglio!

Sovrappensiero è un posto bellissimo. Oppure no?

Un tempo ero affascinata da una frase che mi capitava spesso sotto agli occhi. Recitava così: “Sovrappensiero è un posto bellissimo”.

Da persona con un’accentuata vena creativa, ho sempre pensato che l’immaginazione fosse un magnifico posto da “abitare”.

Saper vivere in una dimensione parallela sganciata dalla spesso amara realtà, avere un posto assicurato negli spalti della fantasia e riuscire a costruire una “bolla” isolata dagli accadimenti in corso era, nella mia limitata idea, utile ed in alcuni momenti addirittura salvifico. Chi fa un lavoro che lo mette sotto stress può capirmi, come chi assiste una persona malata, o anche come chi, come me, ha o ha avuto figli piccoli, minuscoli organismi animati da forze indistruttibili che parlano ininterrottamente e  richiedono ogni grammo di energia. 

A volte, staccarsi per pochi nanosecondi dal proprio corpo riuscendo a ritrovare uno stralcio di pensiero proprio … per quanto marmellatiforme, beh, può avere il proprio sacrosanto perché! ;)

Questo pensavo tempo fa, nella mia poetica visione della fantasia e dell’immaginazione. Poi ho scoperto la Mindfulness  e ho capito l’immenso pericolo che corriamo tutti, nella vita, a non essere presenti e padroni della nostra attenzione. 

La distrazione disturba continuamente il nostro essere nel Qui ed Ora. Essa è un nemico invisibile che, come un insaziabile virus, mangia voracemente il nostro tempo.

Ma quanti di noi ne sono davvero consapevoli?  Quanti pensano ancora che “sovrappensiero” sia un posto bellissimo? Se così fosse, alla fine di questo articolo ne resteranno ben pochi :)

La distrazione. Un pericoloso virus mangiatempo

“Mamma, sei distratta!”, “Amore, hai lasciato la macchina aperta”, “Sorella, hai messo su la macchinetta del caffè senza acqua dentro”.

Devo dire, non senza un po’ di imbarazzo, che mi capita spesso che certe frasi siano dirette proprio a me, e nei periodi in cui passo molto tempo a scrivere noto che il mio essere “assente” si intensifica e diventa visibile anche agli occhi più distratti :D

Ci sono dei momenti, però, in cui la mia attenzione è al massimo. 

Mi capita quando riesco a fermarmi qualche minuto a coccolare i miei figli (quei pochi attimi in cui ancora me lo consentono!), quando pratico la mia ora di hip hop, quando mi occupo del giardino e dei miei animali, e soprattutto, mi accade quando lavoro. 

Nel momento in cui il paziente parla di sé, le mie antenne invisibili sono al massimo dell’estensione. L’attenzione è accesa a mille e tutti i miei problemi restano fuori dalle pareti dello studio, così come i miei programmi, i dolori e le gioie che non appartengono al momento presente. In quel lasso di tempo magico esistiamo solo io e la persona seduta davanti a me, i quadri, le poltrone, il sole che filtra dalle tende della finestra, l’acqua fresca che tengo a portata di mano. La mia coscienza è pronta a captare ogni informazione, ogni segno, ogni collegamento sommerso che possa aiutare a portare luce sulla strada che stiamo percorrendo insieme.

È una sensazione molto bella quella di vivere intensamente il momento presente, senza ombre e senza ganci che possano portar via l’attenzione dalle sensazioni e dai pensieri che viviamo in quel preciso attimo che scorre.

Sono sicura che chi sta leggendo le mie parole abbia ben presente lo stato di coscienza che sto descrivendo, indipendentemente dal momento e dal modo in cui si è provata quella meravigliosa sensazione di vigilanza.

Rimanere nel momento presente senza giudizio e senza distrazioni non è però un'operazione così semplice da realizzare. La distrazione, infatti, è una bella piaga per ogni tentativo che facciamo di essere vigili e presenti, ed è un fenomeno sempre pronto a danneggiare la nostra capacitò di prestare attenzione a ciò che facciamo. Come uomini e donne moderni, siamo sottoposti ad un numero sempre maggiore di stimoli e anche se il cervello è un organo predisposto a saltellare da un compito ad un altro, nel tentativo costante di salvarci la vita, non sempre riusciamo a concentrare la dovuta attenzione sulle nostre azioni.

Quante volte può essere capitato di metterci seduti a leggere, con la brezza estiva che filtra dalla finestra e un piacevolissimo sottofondo di grilli e cicale, l’odore del caffè appena uscito che pervade la stanza, il libro fra le mani ma… la nostra mente si trova a vagare fra il significato delle parole lette ed il timore che la data del nostro esame si presenti con troppa velocità, tra il piccolo rimorso di aver mangiato troppi carboidrati a pranzo (benedette lasagne di nonna!) e la rabbia per come ci ha trattato il nostro compagno?

Siamo umani, la nostra attenzione è un processo complesso e volubile che per la sua velocità di azione ci è molto utile a riportare ogni giorno la pelle a casa, ma che cade spesso preda di numerosi richiami che poco hanno a che fare con i reali pericoli per la nostra sicurezza. Se lasciamo spazio alla tentazione di distrarci mentre il professore parla, poco male, al massimo rischieremo di dover studiare un po’ di più a casa. 

Ma se questo vagabondare “sovrappensiero” mina la qualità del nostro tempo, rendendoci sempre più distaccati da ciò che accade intorno a noi e sempre meno connessi con la magia del “Qui ed ora”… allora intere fette di vita rischiano di scorrere fra le nostre dita come sabbia, senza che ce ne rendiamo neanche conto e senza che ci godiamo a fondo tutto il sacro della vita che è racchiusa in ogni istante. 

La mente è un organo che assomiglia ad un oceano di pensieri in tempesta. Allenare la capacità di restare vigili permette di migliorare la nostra vita

La nostra mente, malgrado molte persone si siano ingenuamente identificate con essa, è solo un organo come tutti gli altri presenti nel nostro corpo e come tutti gli altri organi essa possiede una funzione: anticipare e prevenire tutti i pericoli che possiamo incontrare durante il nostro cammino.

La mente umana si è talmente evoluta e specializzata nella sua funzione di prevedere la realtà che può essere definita un vero e proprio “simulatore” di esperienza. 

Essa fatica a restare ferma e lucida nel momento presente poiché è impegnata in un moto continuo tra ricordi di esperienze fatte e aspettative di accadimenti futuri, movimento che si traduce in un chiacchiericcio interno fatto di giudizi, commenti, consigli, interrogativi, previsioni, dubbi, sentenze. 

Molto del malessere psicologico che sperimentiamo durante il corso della nostra vita non deriva da fatti concreti che la nostra mente affronta nel momento che stiamo vivendo, ma dal tentativo di pre-occuparci di situazioni già successe o non ancora accadute. Facciamoci caso: se analizziamo i nostri pensieri fastidiosi o molesti vediamo che essi sono spesso legati alla paura, alla preoccupazione e all'ansia per qualcosa che in quel momento non è presente, ma che si è verificato in passato o può materializzarsi in futuro.

 “Noi non soffriamo per i fatti, ma per la rappresentazione che noi abbiamo dei fatti.”

Epitteto

L’essere umano vuole evitare di ripetere i vecchi errori del passato e non vuole assolutamente  commetterne di nuovi.

In questo incessante lavoro di ricordo e previsione, la mente assomiglia ad un oceano di pensieri in tempesta e se non siamo bravi a tener forte la barra del timone, regolando costantemente le vele, rischiamo di scarrocciare ovunque la corrente di pensieri decida di portarci.

Se non prestiamo abbastanza “attenzione" al “Qui ed ora” potremmo spalancare la porta alle distrazioni, rischiando di non concentrarci sugli eventi che stanno accadendo e lasciando che siano gli automatismi a guidare i nostri comportamenti, mentre noi, comodamente, pensiamo ad altro! 

Accade, per esempio, mentre mangio un panino e nel contempo scorro le notifiche sul cellulare. La mia attenzione si allontana dall’esperienza del mangiare e si concentra su ciò che leggo. È inutile dire quanto io ci perda in termini di soddisfazione e godimento del mio pranzo! 

Lo stesso capita quando ci roviniamo gli ultimi attimi liberi della domenica sera, al solo pensiero della sveglia il lunedì. In quel momento siamo oggettivamente liberi, ma la nostra mente crea la propria prigionia, anticipando il momento di difficoltà. 

Il fatto poi di essere immersi in una realtà sociale che ci obbliga ad avere tempi sempre più stretti e ad essere incastrati in tabelle di marcia sempre più ambiziose, non aiuta certo a recuperare la nostra presenza mentale.

I nostri pensieri ci spingono ad essere sempre un minuto avanti rispetto al momento che stiamo vivendo: i prodotti mentali corrono su e giù nelle diverse dimensioni temporali, lasciandoci spesso stanchi, svuotati e scontenti. La sensazione più terribile che si può provare vivendo con il pilota automatico inserito è quella di non essere padroni del nostro tempo. 

E così potrebbe accadere di andare a dormire pensando a quando ci dovremo alzare e di alzarci pensando a quando torneremo a dormire… Non è certo augurabile una vita così!

La capacità di essere presenti a noi stessi, e di sapersi concentrare la nostra attenzione sulle azioni che compiamo nel "Qui ed ora" ci aiuta ad assaporare meglio i momenti che stiamo vivendo, dilata la nostra personale percezione del tempo e aumenta il nostro livello di felicità percepita. 

Per allenare l’attenzione dobbiamo iniziare a fare una cosa importantissima: prendere consapevolezza della nostra assenza.

Mettere attenzione in ciò che facciamo è una capacità che, se allenata correttamente, porta grande beneficio alla nostra vita. Ecco qualche esercizio per iniziare a migliorare la nostra consapevolezza

Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, passiamo gran parte del nostro tempo agendo in modo meccanico, senza dare la giusta attenzione a ciò che ci sta accadendo nel momento presente. Attraverso dei semplici esercizi offerti dal generoso bacino della Mindfulness possiamo riappropriarci della nostra attenzione, e con essa, della qualità del nostro tempo. Ne propongo un paio per iniziare il nostro allentamento : ) 

Esercizio 1

Elenca tutte le attività che hai svolto da quando hai aperto gli occhi e assegna ad ogni azione un punteggio che valuti in che misura eri presente durante il suo svolgimento. Accanto al voto appuntati le azioni che  stavi eventualmente affiancando agli automatismi. 

Esempio: Azione: Guidare fino al lavoro. Voto presenza: 7/10. Azioni secondarie : programmare la giornata, sognare la vacanza, fare la lista mentale della spesa (ecc...)

Alla fine di questo esercizio scegli una sola di queste azioni che hai compiuto con il pilota automatico inserito e prova a vivere per una settimana quell'esperienza, dall'inizio alla fine, concentrandoti solo quello notando quando ti distrai dall'azione che stai compiendo. Puoi aiutarti usando dei bigliettini colorati, un timer, o cambiando piccoli dettagli nello svolgere l'azione  che possano ricordarti il tuo impegno. Per esempio: puoi mangiare utilizzando la mano sinistra sei sei destrorso, e viceversa se sei mancino, in modo che l'azione diventi più difficile e concentri maggiormente l'attenzione su ciò che stai facendo in quello specifico lasso di tempo.

Il secondo esercizio l'ho preso integralmente dal libro  “Facci caso. Come non farti distrarre dalle sciocchezze e dare attenzione a ciò che conta davvero nella vita”, di Gennaro Romagnoli, poiché lo trovo un ottimo modo per allenare la nostra consapevolezza, ed è di facile realizzazione in qualunque momento della nostra giornata! Vediamolo insieme:

Esercizio  2

"Fai una passeggiata nel luogo in cui vivi e cerca almeno due o tre elementi che ti sembra di non aver mai visto. Evita di cercare cose nuove, poiché in qualsiasi luogo tu viva sono convinto tu possa trovare due o tre particolari su cui non hai mai riposto la tua attenzione. Più cose riesci a trovare più bravo sei! Da più tempo erano presenti, magari una casa antica od un albero secolare, e più significa che stai allargando la tua consapevolezza". (Facci caso" di Gennaro Romagnoli, cap."Ti presento la tua attenzione")

Questo esercizio ci aiuta a capire che l'attenzione non è un processo passivo che viene attivato da ciò che ci interessa, ma, al contrario è un'abilità che può essere allenata. Concentrare quell'energia su ciò che riteniamo importante nella nostra vita porta indubbiamente molti vantaggi in ogni ambito, persino in quello dei rapporti interpersonali,  ed il dott. Romagnoli ci accompagna, capitolo dopo capitolo, in questo difficile, quanto necessario miglioramento. 

È piacevole leggere il libro e notare quanto l'allentamento quotidiano proposto dagli esercizi possa regalare ogni giorno delle piccole, preziosissime sorprese! Se potessi, inserirei il manuale del collega fra testi obbligatori di scuola superiore ;) Per il momento, mi limito a consigliarne la lettura! 

Conclusioni

Saper vivere nel presente senza essere preda della distrazione ha un effetto molto benefico sulla nostra vita e sulle nostre relazioni.

Uscire dal circuito del pensiero giudicante e dal tunnel delle preoccupazioni ci rende persone più equilibrate, gentili con noi stesse e migliora in maniera significativa anche i legami che stabiliamo con gli altri.

La meditazione è la strada maestra per allenare la nostra capacità di “stare” nel presente, ma esistono tanti modi per rinforzare il “muscolo” dell’attenzione, anche partendo da piccoli esercizi da fare quotidianamente.

Nel caso in cui i pensieri diventassero di difficile gestione e la lettura di un articolo o di un buon libro non bastasse ad alleggerire il carico di emozioni ingombranti che sentiamo invaderci,  potrebbe essere utile contattare uno psicoterapeuta.

A volte basta un solo colloquio per recuperare l'equilibrio perso e mettere ordine fra pensieri ed emozioni :)

 

 

 

 

 

 

Pochi giorni fa ho partecipato ad una riunione molto piacevole che si è tenuta fra noi membri del consiglio direttivo dell’ABC Famiglia e Stefano Censoni, fondatore con Marco Rinelli, di BeeInclusion. BeeInclusion è il primo motore di ricerca per il sociale a 360°, una piattaforma che ha come scopo quello di aiutare le persone a trovare ogni tipo di “servizio accessibile” all’interno di una determinata area geografica. Oltre a fornire l’indirizzo di alberghi, ristoranti, centri sportivi, servizi di svago e di consulenza (ci sono oltre 200.000 servizi dotati di certificazione disponibili sul motore di ricerca) Stefano e Marco si pongono l’obiettivo di organizzare eventi sociali ed occasioni di formazione sul territorio per diffondere un messaggio importante: "la diversità non è un limite". 

Nella mia esperienza di terapeuta, posso dire di essere d'accordo con il pensiero di Stefano e Marco. La diversità non è un limite se esiste alle nostre spalle un bagaglio di cultura che permette di valorizzare ciò che la diversità porta con sé. È proprio questo bagaglio che BeeInclusion, insieme alle più importanti realtà associative del territorio di Ostia, sta cercando di costruire, ed è una battaglia alla quale io, insieme ai colleghi dell’ABC Famiglia non possiamo che unirci con grande entusiasmo.

“Il senso della vita. La diversità. Dire si all'inclusione”

Tempo fa, grazie al gradito invito di Stefano Censoni, ho avuto l’onore ed il grande piacere di partecipare ad un evento organizzato dalla Sofi Association (Superare Ogni Forma di Isolamento) e dall’istituto "Giovanni Paolo II" di Ostia. La videoconferenza, intitolata "Il senso della vita. La diversità. Una splendida occasione per onorare il giorno della global Accessibility Awareness Day e dire si all'inclusione" è stata realizzata in collaborazione con BeeInclusion e Roma Cares, con il patrocinio di Opes per ribadire il valore delle diversità come elementi da preservare. La diversità, infatti, è diventato finalmente un tema di cui si parla, un tema che ha acquisito un vero e proprio valore sociale. Lo sport è il filo conduttore della videoconferenza. La testimonianza degli atleti ospiti, infatti, è decisiva per capire e trasmettere il grande valore che ha lo sport nella crescita degli individui e nell’immenso potere di dare valore alla diversità. 

Arturo Mariani, scrittore ed ex calciatore della Nazionale italiana di calcio Amputati del Cts, Salim Chakir, cestista sulla sedia a rotelle dell'Asd Santa Lucia Basket, Francesco Pastorella, consulente di Roma Cares, ed il calciatore Simone Perrotta hanno raccontato le loro esperienze di vita agli studenti connessi. Tra di loro gli atleti delle giovanili della Roma

 

Arturo Mariani: il vero disabile è chi ha dei blocchi mentali che gli impediscono di fare ciò che vuole

Il primo a parlare della propria esperienza è Arturo Mariani, calciatore, coach e scrittore di quattro libri, tra cui  "Nato così". . Inizia la conferenza introducendo il potere magico che ha il termine “scelta” nel trasformare le nostre vite. La parola scelta ha avuto una ruolo decisivo nella sua esistenza. I suoi genitori sanno in anticipo che Arturo nascerà senza una gamba e con la possibilità di sviluppare altre patologie. Nonostante i dubbi e le paure essi scelgono per lui la vita.

- La scelta ce l’abbiamo ogni giorno - continua Arturo. - Siamo noi che possiamo decidere come affrontare la nostra giornata, possiamo scegliere se annoiarci o vivere bene. Divertirmi, oggi, è il mio principale obiettivo. -  

Arturo appare sorridente e ottimista. Aver attraversato mille difficoltà lo ha reso una persona forte ed equilibrata, e gli ha permesso di raggiungere i traguardi che si è prefissato, nonostante l’iniziale indiscutibile posizione di svantaggio. Egli racconta che nel corso della sua infanzia molte persone volevano demotivarlo. 

- “Sei senza una gamba”, mi dicevano. Io stesso focalizzavo la mia attenzione su tutto ciò che mi mancava, su ciò che non andava, lamentandomi per ogni cosa. In quel momento stavo chiudendo la possibilità ai miei sogni. -  

Dopo una lunga crisi Arturo racconta di aver capito l’importanza di scegliere, e urla al mondo il suo cambiamento togliendo la protesi che lo aveva accompagnato fin da piccolissimo, il prezioso strumento che lo faceva sentire “normale”  ma che gli toglieva la libertà e lo spazio per esprimere la propria forte individualità e la sua passione più grande: il calcio. 

- Ogni volta che ci liberiamo delle nostre protesi mentali facciamo una scelta che ci fa stare bene. Quando scegli lì per lì c'è una grande sofferenza, ma passare da “avere un gamba in meno” ad “avere una gamba” vuol dire aprire lo sguardo sulle possibilità. Da quel momento ho scoperto che esistevano altre persone con una gamba sola e non solo … C’erano persone che con una sola gamba giocavano a calcio! Francesco Messori stava infatti formando una squadra proprio in quel momento e da lì si è aperto per me un nuovo mondo di esperienze. Il passaggio fondamentale è avvenuto dentro me stesso - continua a raccontare Arturo - Quando ho preso coscienza delle mie capacità. Sono entrato in Nazionale e sono stato convocato per il mondiale, avevo una paura folle e invece in Messico abbiamo avuto la vittoria più bella, e da quel momento è stato uno scoppio pazzesco di accadimenti da cui sono nate altre mille cose da fare. Solo aprendo la nostra mente, capendo che “essere disabili” è solo un problema mentale che abbiamo dentro possiamo raggiungere i nostri sogni. Il vero disabile è chi ha dei blocchi mentali che gli impediscono di fare ciò che vuole. Quando tocchi con mano quella cosa impossibile, ciò che hai sempre desiderato, dentro di te nasce una sensazione di benessere e di sicurezza e lo vuoi gridare la mondo! - 

È cosi che Arturo ha cominciato a gridare al mondo il suo messaggio, per aiutare tutti quei ragazzi che sono bloccati dalla paura di non farcela, o dal timore del giudizio degli altri. Secondo l’atleta ognuno di noi ha un sogno che sembra impossibile e, usando le sue parole, “svaghiamo” per non pensarci. Sono la mentalità, i blocchi, i pregiudizi i nostri veri nemici. Molte persone fanno meno cose di quello che sono in grado di fare, solo per evitare di mettersi in gioco. 

Quante volte tutti noi ci lamentiamo di ciò che non va, piuttosto che riconoscere tutte le fortune nelle quali siamo immersi? Quante volte ci è successo di puntare lo sguardo sulle nostre mancanze, piuttosto che sui nostri punti di forza? La strada per la felicità è lastricata di... "buona autostima", scrivevo in un precedente articolo, e scegliere che atteggiamento avere verso ciò che ci accade nella vita è davvero il primo passo verso lo scegliere comportamenti che ci porteranno beneficio o svantaggio.  

Ecco perché è importante seguire i consigli di Arturo da prima di subito:

  • Scegliere. Aprire la mente alle possibilità, riconoscere l’altro come individuo che ha lo stesso pensiero di voler crescere e realizzarsi
  • Credere. Credere nelle nostre possibilità. Riuscire a motivare se stessi e gli altri, agire in un gioco di squadra che regala gioia e soddisfazione ad ognuno.
  • Sorridere e divertirsi. Se incontriamo qualcuno diverso sorridiamo. Fa bene noi a chi ci sta davanti. 
  • Restare aperti. Dire “si” e non “no”, quello è il vero coraggio. Il coraggio e la determinazione che i ragazzi devono assimilare. 

Salim Chakir: la mia speranza è essere ogni giorno un giocatore migliore di ieri

La seconda testimonianza è quella di Salim Chakir, ala grande dell'Asd Santa Lucia Basket, squadra italiana di pallacanestro in carrozzina. Salim ha 20 anni e racconta di avere il sogno di giocare in Nazionale. Come tutti i ragazzi vuole viaggiare, esplorare il mondo e conoscere tanti giocatori nuovi dai quali imparare ad essere un giocatore ed una persona migliore. Tra i suoi sogni c’è anche quello di studiare medicina e di continuare con lo sport finché gli sarà possibile.

- La mia crescita non è stata un’operazione facile. - esordisce Salim - Ho raccolto molta cattiveria, frutto di ignoranza. Noi disabili spesso non veniamo capiti, siamo esattamente come tutti, abbiamo gli stessi pensieri di gioia e di tristezza degli altri e quando arrivano gli insulti rimaniamo confusi e spaesati. Si perché la maggior parte delle offese che ci arrivano sono immeritate e ci arrecano solo tanto dolore. Un disabile quasi sempre sa muoversi nel proprio mondo, è abile e capace di organizzare la propria vita quotidiana, quindi le cose che ci vengono dette, che vorrebbero farci sentire inferiori, non hanno basi di verità. Adesso, se mi guardo indietro, mi dispiace di aver perso tutto quel tempo a dare ascolto a certi giudizi! Se mi hai giudicato solo per la diversità, trascurando tutto il resto, non vedendo ciò che di bello c’è in me, sei tu a perderci! - 

Questa frase di Salim mi colpisce molto. In molte situazioni mi trovo ad aiutare le persone in stanza di terapia a combattere la sofferenza o la paura che deriva dal giudizio altrui.  Quante volte ci arrivano dei giudizi che ci mettono in crisi? A guardar bene però, le frasi o le critiche che riceviamo molto spesso non riguardano noi, ma molto di più chi le emette. Esiste un detto che dice “Ogni volta che punti il dito verso qualcosa o qualcuno, tre dita puntano verso di te”. Nella mia esperienza di terapeuta, è molto facile che le persone che giudicano molto, sono proprio quelle che non sono felici di ciò che sono. Chi conduce una vita piena, chi si sente realizzato, ha veramente poso tempo da dedicare alle critiche e ai giudizi delle vite altrui. Non è facile però, specialmente quando si è molto giovani, difendersi e proteggersi dal dolore che le parole procurano.

Vivere le violenze, i litigi, gli insulti è stato per Salim un vero trauma, per quello oggi parla davanti a tanti giovani della sua esperienza, per evitare che tutto ciò che ha subito possa accadere nuovamente a qualcun altro. 

- Ogni volta che qualcuno vi svaluta fermatevi a riflettere, chi ci ha insultato? Perché lo sta facendo? Tutto ciò non ha un vero senso. Sentirsi a disagio è stupido. Invece di affliggervi ragionate sopra a ciò che vi viene detto e se ha un senso prendetelo come spunto per migliorare. Nessuno ha niente che non vada, e nessuno incarna l’immagine che la società richiede. C’è chi è troppo alto, basso, grasso, magro, chi ha i brufoli, chi le rughe. Non c’è niente che non vada in voi! Il consiglio migliore che io abbia ricevuto e che mi sento di ridare indietro è : “Accetta te stesso”. Un altro consiglio che posso dare è quello di cercare di essere curiosi, farvi sempre domande, allontanarvi dall’ignoranza. Chiedetevi ogni volta come possono vivere gli altri la propria condizione, immedesimatevi nei panni degli altri. - 

Sono molto colpita dal racconto di Salim, sarà perché ho dei figli della sua età e sentire la sua sofferenza parte di me è davvero un'operazione istantanea! Dalle sue parole traspare tutta la fatica che ha fatto nel nuotare controcorrente, nel non crescere con il cento per cento del supporto che tutti i bambini dovrebbero ricevere da ogni adulto che. incontrano sul proprio cammino. Dopo aver raccontato le sofferenze della propria crescita gli occhi di Salim si accendono improvvisamente, ed è il momento in cui inizia a parlare del suo grande amore: il basket.

- Quando sono stato invitato a partecipare al basket per disabili ero diffidente, ma mi sono innamorato subito di quello sport. Fare sport a quei livelli è davvero meraviglioso!  -

Mentre Salim parla mi chiedo quale sia la chiave della felicità per lui, oltre al basket, ovviamente :). Trovo la risposta nelle sue parole conclusive. 

- Sono le relazioni la mia vera forza. Il meraviglioso legame con mia mamma e poi con gli amici, e adesso con la fidanzata. Gli insegnanti, tutto l’affetto ricevuto mi hanno fatto crescere così forte. - 

Sorrido mentre lo ascolto e prendo appunti, penso che questo ragazzo abbia le carte giuste per arrivare lontano e per insegnare a molti suoi pari come trovare forza nel difficile cammino che la crescita impone a tutti. E se c’è qualcosa, anche piccola, che possiamo fare noi adulti per aiutare altri ragazzi come Salim a sentirsi forti, giusti, nel proprio posto del mondo, allora prendiamo i consigli che ci ha donato e portiamoli sempre con noi, ovunque andiamo. Combattere l’ignoranza e la stupidità non dovrebbe essere cosa difficile se lo facciamo insieme. 

 I consigli di Salim:

  • Segui i tuoi sogni e pratica le tue passioni
  • Non perdere tempo con i giudizi degli altri
  • Accetta te stesso
  • Combatti l’ignoranza e la stupidità 
  • Fatti domande
  • Sii empatico 

Simone Perrotta: dobbiamo fare gioco di squadra per cambiare i nostri pensieri legati alla diversità

- Di fronte a questi racconti di vita la mia testimonianza si riduce di importanza. Quello che posso raccontare è la mia esperienza nel mondo dello sport. Il calcio mi ha dato la possibilità di essere ciò che sono e quindi gli sarò per sempre grato  - 

Quando Simone Perrotta inizia a parlare mi conferma l’idea di persona buona e gentile che mi son fatta di lui negli anni. Abitando nella la stessa zona è facile incrociare le rispettive traiettorie, in palestra, per strada, al bar, e posso dire di averlo sempre visto educato e sorridente con tutte le persone che incontravano il suo cammino.  E anche oggi, con queste parole di esordio, non mi delude.

- La diversità è un concetto che riguarda ognuno di noi. Essa esiste e va accettata e trattata come un momento di arricchimento per tutti. Lo spogliatoio è un luogo eterogeneo dove ci sono tantissime diversità. Ognuno ha le proprie abilità, ognuno esprime il proprio talento che è unico e diverso da tutti. Poi c’è la lingua che si parla, la cultura di provenienza, il territorio dal quale si proviene. Tutto questo mi ha permesso di vedere la vita in modo diverso, ampliando notevolmente la mia visuale. Non ha senso sentirsi superiori rispetto alla diversità. I momenti con i ragazzi del calcio integrato sono stati per me degli acceleratori di crescita incredibili, dove ho preso più di ciò che ho dato. Per questo dobbiamo fare gioco di squadra per cambiare i pensieri legati alla diversità. -

Il primo consiglio di Simone è ragionare sul nostro concetto di responsabilità. I ragazzi sono lo specchio di ciò che vedono e vivono in famiglia, a scuola e nei luoghi di aggregazione. Sono importantissimi i messaggi che ricevono da noi adulti, gli esempi che ricevono dal nostro comportamento. Siamo noi responsabili della loro crescita attraverso il nostro modo di pensare e di vivere. - 

Il secondo consiglio che dona Simone, con le sue parole ma anche con il suo esempio di vita, è quello di escludere le differenze e dare a tutti le stesse possibilità. Oggi egli gestisce una scuola calcio che dona l’opportunità a tutti di giocare e descrive la sua esperienza coi ragazzi della squadra di quartiere a Casal Palocco come un cammino meraviglioso.

 - Sono pochi quelli che attraverso il calcio avranno un lavoro -  afferma Simone - Più del 70 per cento non farà del calcio il proprio mestiere. Chi gioca a calcio sarà un cittadino, se riusciamo ad inculcare i valori giusti avremo calciatori più consapevoli e cittadini migliori che rispetteranno la diversità. È un’esperienza meravigliosa per me trasferire le mie esperienze e accompagnare i ragazzi alla vita. Il primo tempo della mia vita sono stato calciatore, il secondo tempo lo vorrei vivere trasferendo valore. -

Ma quali sono questi valori in cui crede Simone, che ci tiene così tanto a trasferire?

1) Il coraggio. Egli afferma che crescere vuol dire affrontare le fragilità, riemergere da esse più consapevoli. 

2) L’apertura mentale. - Siate curiosi - dice Simone -  Abbiate sempre voglia di apprendere. Se non ti formi, se non cresci nella vita rimani indietro. Anche nel calcio la curiosità ti fa crescere. Guardare un video, voler ripetere un gesto di un calciatore che ammiri. Io a 43 anni ancora ho quella curiosità sana che mi porta ad informarmi, a sapere sempre di più.

3) Pari opportunità. È importante dare le stesse opportunità a tutti, per questo ho formato la squadra femminile. All’inizio ci sono tante bambine che giocano insieme ai maschi, poi  nell’agonistica devono giocare separatamente. Come continuare? I numeri sono pochi. Squadre maschili tante  e femminili poche. Da noi c’è una mamma di 38 anni e ragazze di 14 nella stessa squadra. Questo da anche un messaggio importante a chi guarda, alleggerisce le pressioni, stempera l’accanimento nei confronti del calcio riportando il senso originale che dovrebbe avere lo sport..

4) Creare un linguaggio comune. I genitori devono essere una parte attiva, dobbiamo necessariamente parlare la stessa lingua. Occorre coinvolgere la famiglia facendo capire quelli che sono i valori da seguire e i gli obiettivi da realizzare, per andare tutti, con i propri strumenti, nella stessa direzione.

5) Essere resilienti. È essenziale cadere e sapersi rialzare. Il calcio o qualsiasi altro ambito lavorativo è lo specchio della vita. Nei momenti di difficoltà devi avere la forza di reagire, perché proprio in questi momenti accade di crescere e di evolvere. La vittoria ti fa festeggiare, non ragioni su come ci sei arrivato, mentre nella sconfitta ti fermi a pensare, cerchi di capire le cause, elabori strategie per evitare di sbagliare nuovamente.

Cos'è la fortuna secondo Simone Perrotta?

- La fortuna di ognuno di noi è quella di individuare il proprio talento. Non tutti hanno la possibilità di conoscerlo, ma una volta trovato occorre crederci e lavorare per farlo crescere. Includere i nostri pari ci aiuta ad essere migliori perché dall'altro si impara tantissimo. La diversità ha sempre fatto parte della storia, e certe diversità sono state superate conoscendo l’altra situazione, mettendosi in condizione di capire il compagno. Ognuno può aiutarci a crescere. Seduti uno accanto all’altro, insieme siamo più forti. - 

Cos’altro potrei aggiungere a questi pensieri? Chapeau caro Simone, ti auguriamo il meglio per questo secondo tempo cosi ricco!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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