Sabrina Ciccarelli

Sabrina Ciccarelli

Oggi mi stavo dimenticando di un accadimento importante: il 20 Marzo è la giornata mondiale dedicata alla felicità. Per una psicologa innamorata della psicologia positiva è davvero grave :)

Parlare di felicità oggi appare un po’ fuori luogo, ed io non voglio scrivere frasi positive forzate o slogan che infilino a spinta nella nostra mente grammi di allegria dove proprio non può entrare. 

La situazione di tristezza generalizzata si tocca con mano e la voglia di fare  giochi e scherzi sta via via scomparendo, in un clima di grigia sospensione. Chi è in lutto, chi è preoccupato per i propri cari in ospedale, chi rimane in un’attesa che sa di vuoto e di grigio. 

Le emozioni che ci troviamo ad affrontare sono tante e per la maggior parte non gradevoli. Non è una novità per noi sperimentare ansia, angoscia, paura, incertezza, sconforto, nostalgia, rabbia, ma quando queste arrivano tutte insieme rischiamo di trovarci di fronte ad un mix esplosivo che può letteralmente minare il nostro equilibrio psicologico.

Vivere il momento presente è difficile, come è complicato non sapere cosa accadrà domani. Non siamo abituati ad avere uno spazio bianco davanti a noi, facciamo fatica ad abbandonare schemi e gabbie di impegni, gli stessi dai quali sentivamo di dover fuggire solo ieri.

Molti di noi potrebbero sentirsi letteralmente svuotati. Le nostre giornate stanno perdendo degli ingredienti importanti per la nostra felicità, le relazioni sociali, la libertà, lo sport, il lavoro, la possibilità di stare all’aria aperta, e noi fatichiamo sempre di più per restare aggrappati alle nostre routine positive. 

Da psicologa, potrei dare mille consigli, ho scritto già tanto su come affrontare questo periodo di caos e tutti i miei colleghi si stanno adoperando affinché vengano dati i giusti consigli. La pandemia ha degli effetti reali e tangibili sulle nostre vite: anche quando il virus non aggredisce fisicamente, può essere in grado di sgretolare dall'interno molte delle nostre certezze, e con esse il nostro stato di benessere. Occorre essere ben attenti a come gestiamo noi stessi e tutto quel tempo che ci viene improvvisamente consegnato. 

Per oggi scriverò ciò che ritengo più utile dire come primo spunto di riflessione, che è quello che serve, ed è servito a me per restare a galla nei periodi di buio.

Quando ho vissuto eventi gravi nella vita, ho sempre cercato di restare ancorata a delle piccole gioie prese non so come dalle giornate che vivevo. Piccole pillole di felicità omogenizzata che mi aiutassero a non affondare. 

Ricordo la cioccolata calda presa alla macchinetta automatica in ospedale, mentre aspettavo notizie di papà che non tornava dalla sala operatoria. Il ghiacciolo alla menta mangiato con mia figlia durante il mio ricovero, in quei pochi preziosi minuti in cui la potevo incontrare. La bellezza e la grazia delle tartarughe nella fontana del Fatebene Fratelli. La felicità nel parlare dei preparativi del mio matrimonio, durante le interminabili sedute di chemio di mia mamma. 

Ogni vita ha dei piccoli grandi tsunami, e ne usciamo più o meno vivi, più o meno rotti. In ogni caso ne veniamo fuori sempre più antifragili e consapevoli del miracolo che abbiamo nel tornare ad esistere e a fiorire. 

Oggi vorrei usare poco le parole e regalare un sorriso, usando un’immagine che ho trovato nel mio archivio fotografico. Quando ho trovato questo piccolo “smile” blu un po’ acciaccato, era ancora possibile passeggiare per ore con addosso solo cuffiette e telefonino ed io amavo fotografare ogni cosa curiosa che trovavo sulla mia strada. 

Spero di tornare presto a camminare, e a fare le mille cose che mi facevano felice, cose che ora è meglio evitare di fare. Spero anche di ritrovare tutte le persone alle quali voglio bene, sane e sorridenti là fuori che mi aspettano.

Nel frattempo faccio ciò che è giusto fare, per proteggere me stessa e la vita delle persone che amo. 

Non sappiamo cosa ci riserva il futuro mentre percorriamo un sentiero, sappiamo che dobbiamo continuare a camminare, compiendo le azioni buone, quelle che sappiamo che ci faranno star bene, senza smettere di donare un sorriso e cercando di trovare sempre le piccole, belle sorprese che la vita ha ancora in serbo per noi.

 Non so se andrà tutto bene. So che farò tutto ciò che posso, affinché vada tutto bene ☘️☘️☘️

L’ordinanza che chiede ai cittadini italiani di restare a casa è scattata già da diversi giorni in tutto il paese e Roma è una città che, come tante, si prepara ad affrontare l’emergenza. Dal punto di vista psicologico non è facile affrontare una crisi di tale entità, con tutte le conseguenze che il Coronavirus ha portato nello sconvolgere le abitudini nelle vite di tutti noi. Da ciò che leggo sui social, e da quello che vedo dalla mia finestra, emerge una grande difficoltà generalizzata nello scegliere di stare a casa fermi, come se il messaggio di pericolo non riuscisse a passare dalla nostra ragione alla nostra coscienza. 

Di essere “a rischio vita” lo abbiamo capito, ma è come se ci fosse un ostacolo immenso nel rinunciare alla nostra quotidianità e nel cambiare le nostre abitudini. Neanche una emergenza su scala mondiale e l’idea di lasciarci le penne riescono ad azzerare di botto tutti nostri comportamenti, e a metterci automaticamente su di un binario nuovo. 

Credo che ci sia un gran bisogno di supporto psicologico per riuscire a mantenere la calma, per coltivare l’ottimismo e per poter acquisire un nuovo stile di vita. Come ben sappiamo, non è cosi facile cambiare, anche imponendocelo. Ce ne siamo accorti tante volte, quando abbiamo iniziato una dieta per perdere quei chili in più che ci creano un po’ di disagio, o quando abbiamo effettuato l'iscrizione in palestra, solo per vedere il tesserino ingiallire nel portafogli. 

La volontà non basta

Per cercare di cambiare le nostre abitudini non basta volerlo, occorre anche tenere in considerazione quelli che sono i nostri desideri più profondi. Quanti di noi si conoscono abbastanza a fondo da sapere esattamente cosa desiderano dalla vita? Spesso ci affanniamo nel mondo cercando di ottenere questo e quello, senza essere pienamente coscienti della forza che ci spinge. Eppure, potremmo essere molto più potenti, se solo decidessimo di metterci quel pizzico di consapevolezza in più.

In questa situazione a metà fra il sogno e la veglia, con la città che sembra lo scenario di un film di fantascienza e le nostre case piene di “tutto”, il primo bisogno da soddisfare dovrebbe essere quello di vivere, e non quello di fuggire a destra e a sinistra. E invece… molti in bici con la famigliola sulla strada parco, altri fare la spesa ammassati, nonostante si rischi, oltre alla vita nostra e a quella di nonnina, un’infrazione al codice penale con l’eventualità non troppo remota di finire reclusi (al gabbio vero, stavolta!).

Sembra quasi che l’uomo moderno abbia perso la capacità di restare fermo in una stanza.

Prendere una pausa per poi ripartire. Quando riflettere diventa necessario a nutrire la nostra forza

Ora come non mai, per molti di noi, sarebbe necessario fermarsi e provare a spogliarsi dei numerosi abiti che siamo costretti ad indossare per uscire nei vari contesti che fanno parte della nostra vita. Occorre mettersi in viaggio ed operare una vera e propria  riscoperta di noi stessi. Il coronavirus è un nemico terribile, che ci auguriamo di non incontrare  mai. Restare a casa è l’unico modo per difenderci e per proteggere la vita dei nostri cari. Abbiamo del tempo che possiamo riempire restando fermi, lamentandoci della reclusione e cercando ogni tipo di svago per riempire il buco di noia che si è aperto in noi stessi, o possiamo far fruttare questa pausa per capire qualcosa in più, per avviare una riflessione sulle nostre esistenze, sulle nostre relazioni e sui nostri bisogni più intimi, quelli che abbiamo dimenticato a causa delle ondate di doveri ed incombenze che travolgono ogni giorno la nostra vita “normale”. 

L'importanza di farsi le giuste domande

Riflettere sulle nostre vite, porre a noi stessi le giuste domande potrebbe regalarci delle belle sorprese e metterci nella condizione di ripartire con più slancio, una volta superata la crisi.

Stiamo facendo una vita che ci soddisfa?

Il nostro lavoro, i nostri progetti, il modo in cui curiamo le relazioni sono in linea con i nostri valori più profondi?

Qual è la nostra missione nel mondo?

Che posto occupano i nostri desideri ?

Il Coronavirus ci mette di fronte alla nostra mortalità e ci spinge a fermare la corsa per riflettere sull’importanza di vivere in modo pieno e autentico ogni giorno della nostra vita. 

Non possiamo sapere se andrà tutto bene, possiamo fare in modo di metterci tutta la nostra energia, affinché questo accada.

 

 

Ciccio è il mio coniglio, il mio animale guida, colui che mi ha fatto scoprire la bellezza inaspettata e magica di questi animali silenziosi e discreti. È  l’amico inseparabile che ha rallegrato quattro anni della mia vita, accompagnando e impreziosendo uno dei miei periodi più belli.
 
Tornando a casa, oggi, ho visto un arcobaleno in cielo e...buffo...proprio alla stessa ora in cui solo un anno fa mi è crollato quel dolore addosso. Un saluto veloce al trasportino, un’operazione di routine, poi la telefonata della mia amica vet, la notizia shock, e mesi di pianti.
 
Ora non piango più. Non sempre, almeno. Però ancora ci soffro, ci ho sofferto, e quella vitina spezzata così a caso continuerà a mancarmi.
 
Ho perduto tante persone importanti. Non faccio la lista perché è lunga. Persone vicine a me hanno perso i compagni, le più colpite hanno visto morire un figlio. Non posso, e non voglio paragonare niente di tutto ciò al dolore per un animale. Ogni volta che la mia mente fa paragoni mi sento piccola piccola e anche in colpa verso chi soffre, e verso le persone care che sono morte. Però che ci posso fare, la mia mente dice cose ma il mio petto ha sentito un gran male. Con la perdita di Ciccio ho visto appassire qualcosa dentro, un pezzettino buono di me. Ero spensierata, mi sembrava di essere tornata bambina. Passavo ore intere al sole a leggere, a preparare i miei progetti, con lui sdraiato accanto al mio libro sul tavolo di legno del giardino.
 
Quando Ciccio è morto, è stato un ricordare all’improvviso le regole del gioco chiamato vita.
La primavera che fioriva ed esplodeva, la primavera che aspetto sempre con ansia, quella che faccio le croci su gennaio a cancellare i giorni che mi separano dai peschi in fiore… quella primavera non faceva che ferirmi con la sua bellezza. Era come se fosse impossibile sbocciare insieme a tutto quell’universo in rinascita, mentre in me c’era tanto vuoto e senso di ingiustizia.
 
Ecco, oggi non voglio più nascondere questo dolore, o negarlo, far finta di niente perché ho passato e forse passerò di peggio.
 
La perdita di un animale è qualcosa di lacerante, perché rompe un legame puro, ed è un dolore che spesso rimane incompreso, o addirittura deriso.
Eppure è una delle forme di amore più onesto, c’è solo l’amore che si dona, per il gusto di amare.
È un amore dove non esiste l’aspettativa di un ritorno, se non nel “qui e ora”, in quell’attimo di complicità rubato al mondo.
 
Adesso che il dolore si è attenuato è rimasta la bellezza del ricordo ad ispirarmi, perché quella piccola polpetta vestita di pelo morbido e bacini ha fatto nascere in me un sentimento che voglio tenere stretto, anche se fino ad un attimo fa tagliava, come un vetro rotto. Voglio onorare questo “sentire" parlandone, anche per le persone che, come me, si sono sentite perse, e hanno ritenuto fosse meglio nascondere questo sentimento spezzato. O anche per le persone che come me, hanno ricevuto talvolta dei sorrisi beffardi, in cambio delle proprie mini-confessioni di patimento.
 
Al coniglio bianco e grigio dalle lunghe orecchie dedico le mie parole. A lui, a me e a chi, come noi, ha perso un amore grande e non sa trovare uno spazio giusto per questo dolore.
 
Oggi, guardo questo albero di mimose e mi piace pensare che dentro alla sua linfa ci sia un po' di lui, lui che riposa fra le sue radici e che rinascerà ogni anno in questi fiori meravigliosi e vitali. Mi piace immaginare che lui sia ancora nel mio presente, nelle mie coincidenze, nell’arcobaleno apparso oggi nel cielo grigioblu di febbraio.
Mi piace credere che verrà a trovarmi, come adesso, ogni volta che lo penserò.
 
Porto Ciccio e tutti gli altri baffuti dentro di me, a mo’ di scaldacuore, ri-CORdando la dolcezza che mi hanno donato.
 
Restiamo gentili a lungo con chi perde un animale, è una ferita che resta aperta molto, moltissimo tempo.

In questo momento di emergenza e isolamento molti di noi si trovano a dover fronteggiare paura, sconforto e un vero e proprio danno economico. Il coronavirus ha colpito prima i nostri pensieri, rendendoli cupi e pieni di domande angosciose, poi le nostre relazioni, ed infine il cuore della nostra economia.  Alcune delle persone intorno a me si trovano già a dover affrontare le conseguenze derivate dalla chiusura di bar, ristoranti, teatri, cinema, palestre e scuole, per non parlare di chi fa derivare tutte le proprie entrate economiche dal settore turistico. In situazioni dove accadono eventi gravi che non possiamo controllare la Psicologia può venirci in aiuto. È molto importante sapere come funziona il nostro cervello in queste situazioni e quali sono le tecniche e le strategie utili per:

  • Non farsi travolgere dalle emozioni sgradevoli 
  • Mantenere la lucidità per trovare nuove soluzioni ai problemi
  • Salvaguardare le relazioni
  • Adeguarsi al nuovo stile di vita nel rispetto dei divieti

Una delle prime cose che la psicologia ci insegna è l'importanza di conoscere quello che è il nostro atteggiamento di fronte alle difficoltà che la vita ci riserva.

Il ruolo del nostro atteggiamento nel percepire e affrontare le difficoltà 

In un periodo particolare come quello che stiamo vivendo è vitale ricordarsi di quanto sia importante il nostro atteggiamento nell’affrontare gli ostacoli che incontriamo sul cammino.  A molti di noi può essere capitato di ingigantire eventi piccoli che ci sono accaduti, solo perché usciti di casa di malumore o tristi. Se siamo giù di corda, o in ansia, è possibile che metteremo questo filtro a tutto ciò che succede intorno a noi. Al contrario, se siamo di ottimo umore vivremo ogni evento della nostra giornata come un dono meraviglioso o come una bellissima sfida da affrontare. Pensiamo ad un esempio sciocco: buchiamo una gomma (a Roma evento più che frequente :) ) e immagino due diverse situazioni:

  • stiamo tornando da un colloquio andato storto, fuori piove e dobbiamo essere puntuali ad una visita
  • abbiamo ricevuto un premio per la poesia più bella dell'anno e abbiamo accanto la persona che ci piace e tutto il pomeriggio a disposizione 

L'evento è il medesimo, ciò che cambierà tantissimo sarà la nostra reazione a seconda del contesto e del significato che daremo a questo imprevisto.

L'atteggiamento che abbiamo determinerà la gravità di ciò che ci succede, ed in un mondo dove non tutto è prevedibile essere in uno stato di serenità di fondo può aiutare a vivere meglio. Ci sono eventi che possiamo evitare o controllare, altri che sfuggono totalmente al nostro potere. 

È importante mantenere la lucidità e la serenità per poter continuare a ricercare soluzioni anche dove non ne vediamo, e per continuare a fare del nostro meglio nell’area che possiamo influenzare. Per fare questo dobbiamo spostare il focus dai nostri pensieri negativi alle azioni che possono alleggerire la tensione e riportarci in uno stato di benessere e positività. Non possiamo sapere se ci ammaleremo o no, ma possiamo sapere cosa è più utile fare in questi momenti di difficoltà. 

Per affrontare le difficoltà in modo efficace occorre essere in condizioni psicofisiche ottimali, poiché le reazioni immediate sono incontrollabili, non si può comandare un'emozione! Ciò che possiamo fare è agire a monte, mettendoci nella condizione psicofisica migliore per restare lucidi di fronte agli eventi che ci accadono. Quando ci succede qualcosa di veramente grave, è abbastanza difficile non farsi travolgere dalle emozioni, ma la maggior parte delle situazioni che minano la nostra serenità non sono mai così importanti! Eppure lasciamo loro un grande potere. Più saremo in tensione, più tenderemo a reagire in modo eccessivo a ciò che ci accade, vivendo con maggiore intensità i problemi ed infilandoci in una spirale di negatività dalla quale è difficile uscire. Un tono dell'umore buono ci aiuterà a guardare con più obiettività ai problemi, e soprattutto manterrà la nostra mente sgombra da quel emozioni spiacevoli che vanno ad interferire con la logica. Saremo più lucidi, più veloci nel pensare le soluzioni possibili e più coraggiosi nel metterle in atto. 

Ma se questo buonumore di fondo proprio non arriva... cosa possiamo fare?

Curare le nostre condizioni psicofisiche e mantenere alto il buonumore attiva l'intelligenza positiva

 

la prima cosa che possiamo fare è attivare quella che il dott.Terenzio Traisci chiama "Intelligenza Positiva". Come? Curando il nostro corpo e la nostra mente in modo tale da predisporci al meglio ad affrontare la vita. Se siamo in situazione di stress, qualsiasi fatto ci metterà in super allarme, e gli eventi sui quali non abbiamo il controllo rischieranno di atterrarci. Se curiamo le nostre condizioni psicofisiche rendendole migliori, cambierà anche il nostro modo di percepire un eventuale accadimento negativo, e con esso anche il nostro modo di reagire, che sarà più funzionale a trovare una soluzione. 

Come fare per cambiare la nostra condizione psicofisica? Le azioni utili da compiere sono davvero tante, e basta scrollare i feed di qualsiasi social per trovare ricette e consigli. Ricordiamo allora solo qualche azione che potrebbe consentire di curare la nostra salute psicofisica sempre, a prescindere da questo particolare momento, anche se adesso diventa essenziale riprenderci il nostro potere su corpo, emozioni e pensiero.  Per rimanere attivi nel cercare di prevenire lo stato di malattia possiamo:

  • Seguire le direttive ed evitare le situazioni considerate a rischio, cercando nuovi modi per raggiungere i propri obiettivi nel lavoro e nel tempo libero.
  • Curare meglio la nutrizione e lo stato del nostro microbioma. Da quell’importantissimo gruppo di batteri dipende la salute del nostro intestino e da questa dipende la salute del nostro intero organismo. L’intestino, infatti, è considerato il nostro secondo cervello, per le sue molteplici funzioni, prima fra tutte il mantenere vivo e forte il nostro sistema immunitario.  
  • Incrementare il movimento del nostro corpo. In questo momento può essere utile farlo in casa, meglio  all’aria aperta (in balcone o in giardino), garantendo al nostro organismo quella quota importante di vitamina D che riceviamo gratuitamente dai raggi solari. In questo modo aiuteremo il nostro organismo ad aumentare le difese immunitarie e ad abbassare il rischio di cadere preda della malattia.
  • Idratarsi. Oltre ai normali benefici che il nostro corpo e la nostra mente derivano dal bere la giusta quantità di acqua, mantenere la gola idratata rende più difficile l’attecchimento di batteri e virus. Qualche medico consiglia anche l’assunzione di bevande moderatamente calde, che unisce ai vantaggi del bere, anche l’effetto “calore”, che ci dona un'immediata sensazione di benessere.
  • Nutrire la mente svuotandola dalle brutte notizie ed alimentandola con bei pensieri, e immagini e suoni graditi. Ascoltare musica, studiare, guardare documentari sul nostro meraviglioso pianeta, leggere un buon articolo di psicologia ;) Sono tutte azioni che aiutano a non sentirci “vittime” di un’ingiusta restrizione, ma individui liberi e padroni del nostro tempo.
  • Stabilire un contatto con altre persone, restare in relazione con gli altri aiuta a sentirsi sicuri, protetti e stimola la creazione di nuove strategie attraverso il confronto ed il dialogo. Non avere la possibilità di incontrarsi di persona non implica disconnettersi dalle relazioni: fortunatamente viviamo in un’era in cui basta prendere il telefonino o sederci ad un pc per dialogare e confrontarci con chi, come noi, sta vivendo un momento di disagio. Una voce amica che ci accoglie è un riparo preziosissimo, e anche solo un po’ di sano caxxeggio può essere utile a risollevare lo spirito e a vedere la realtà con più leggerezza. 
  • Esercitare la gentilezza e l'altruismo genera uno stato interiore di felicità e di calma, grazie agli ormoni e ai neurotrasmettitori responsabili di questi stati emotivi, primi fra tutti l’ossitocina (il famoso “ormone dell’abbraccio”) e le endorfine, le stesse che si scatenano quando mangiamo la cioccolata. Questi preziosi cocktail chimici vengono rilasciati quando le nostre richieste di aiuto sono accolte e ci sentiamo compresi, ma anche quando noi stessi siamo quei coraggiosi ed empatici soccorritori che offrono sostegno. Cercare di fare il possibile per rendere la situazione di disagio connessa al coronavirus meno temibile e più sostenibile anche per i nostri simili aiuterà noi stessi a vivere meglio questo terribile momento e a tornare alla normalità, (quando sarà e mi auguro il prima possibile) come individui più forti e coscienti.

 

 

Chiedere aiuto ad uno psicologo non è mai un’azione semplice da compiere: occorre coraggio, curiosità, e molta voglia di mettersi in gioco. Negli anni mi sono accorta che, prima di arrivare nel mio studio, molte persone attraversano un vero e proprio calvario lastricato di paure e resistenze. Qualcuno prova imbarazzo nel chiedere un colloquio psicologico, altri vengono di nascosto dai propri cari; molte persone, semplicemente, possono aver paura di qualcosa che ancora non conoscono. 

Fare il primo passo è l'azione più ardua da compiere

Stefania (nome di fantasia) mi confessa di aver fatto passare più di sei mesi prima di telefonare per chiedere un colloquio psicologico e di avermi contattata solo dopo essersi accorta che prendere il mio biglietto dal portafogli e tenerlo un po’ fra le dita la faceva sentire meglio. Quella piccola azione era diventata importante per lei, era come aver creato dentro di sé lo spazio mentale per il proprio percorso verso il cambiamento.

La resistenza più grande era stata telefonare, fare quel primo passo, ma alla fine del nostro primo contatto telefonico il ghiaccio poteva dirsi definitivamente rotto.

Perché è cosi difficile chiedere aiuto

La difficoltà nel prendere contatto con un professionista della salute mentale è spesso dovuta ad un retaggio culturale.

Nell’immaginario collettivo “chi chiede aiuto è un debole”, “i panni vanno lavati in famiglia”, “chi fa da sé fa per tre”, e…potrei continuare per ore. 

Un secondo freno nel fare il primo passo verso lo psicologo è che rimane poco chiaro cosa accada dietro alla porta dello studio. Credo sia molto  importante descrivere cosa facciamo noi psicologi, poiché una volta forniti i dettagli e chiariti tutti i misteri, anche le persone più prevenute saranno disposte a superare la propria diffidenza.

Quattro false credenze da combattere prima ... di subito!

Le numerose testimonianze e le evidenze raccolte dalla ricerca moderna testimoniano la scientificità della terapia psicologica come metodo di cura per tutta una serie di sintomi e problematiche. 

Le sedute psicologiche sono utili non solo in caso di disagio, ma anche nel caso in cui un individuo voglia investire nella propria crescita personale

I dubbi sono ancora tanti, molti li leggo nei commenti sui social, o li ascolto mentre faccio colazione nel mio bar di fiducia. Riporto qui sotto qualche esempio di affermazioni che leggo e ascolto:

  • Se chiedo l’aiuto dello psicologo c’è qualcosa che non va in me
  • Perché andare dallo psicologo quando posso parlare con un amico
  • Andare dallo psicologo vuol dire delegare ad un altro la risoluzione del mio problema
  • Non chiedo aiuto ad uno psicologo perché è un essere umano

Quest’ultima, devo dire, mi ha anche strappato un sorriso.

È davvero necessario essere delle creature divine, per poterci orientare nei dedali di una sofferenza che è tutta umana? 

In realtà lo psicologo è una persona normalissima, che vive una vita non immune da problemi e da difficoltà. Semplicemente, egli ha acquisito qualche strumento in più: competenze e abilità conquistate in anni di studi e tirocini sul campo. 

Lo psicologo è una persona che ha affinato degli strumenti, durante il suo percorso, che lo aiutano ad orientarsi prima (e meglio) nel labirinto del malessere. 

Ma perché scegliere di affidarsi ad un professionista in un momento critico? 

Ci sono molte ragioni per farlo. 

Partirò con il dire perché non dobbiamo assolutamente frenarci dal farlo:

1) Chiedere aiuto ad un professionista non vuol dire essere sbagliati

È possibile che nell’intera vita di un essere umano, ci siano momenti in cui le difficoltà prendano il sopravvento. Vivere periodi di crisi, trovarsi bloccati in qualche campo importante della nostra esistenza è un’esperienza che può essere capitata a molti di noi. La "crisi" è un momento di stop e può essere un periodo sgradevole o addirittura molto doloroso per chi la sperimenta. È anche un fenomeno che rientra nella normalità statistica di ogni vita terrena, che può portare ad un miglioramento negli equilibri della vita della persona che la attraversa e la supera. Talvolta, effettuando le giuste domande, un professionista può aiutare a trovare il significato del disagio e a vedere le cose da un altro punto di vista, accelerando il processo di uscita dal blocco.

2) Parlare con lo psicologo non è come parlare con un amico

Chiedere aiuto a figure professionali che sono più competenti di noi in materia “problemi e soluzioni” dovrebbe essere un’azione “normale", gestita in modo semplice e automatico. Se abbiamo male ad un dente, andiamo subito dal dentista a curarlo. Se la nostra vista cala, andiamo dall’oculista e poi dall’ottico a ordinare un bel paio di occhiali. Ma se abbiamo un problema psicologico spesso ce lo teniamo ben stretto, come se facendo finta di niente e dormendoci sopra se ne possa andare così come è venuto. In realtà il meccanismo funziona al contrario: molte difficoltà sarebbero di facile risoluzione se ci abituassimo a leggere i campanelli di allarme. Intervenire quando ci sono dei piccoli disagi nello svegliarsi e nell’andare a scuola (ad esempio dei piccoli mal di pancia, o dei capricci nel prepararsi) è molto più facile che agire su una fobia scolastica. E lo stesso vale per ogni tipo di problematica che riguardi noi stessi o le nostre relazioni.

3) Chiedere aiuto allo psicologo non vuol dire delegare i nostri problemi

Lo psicologo offre un sostegno nel momento in cui abbiamo perso la strada, ma non risolve il problema al posto nostro. Decidiamo sempre noi dove andare e con quali tempi. Il terapeuta ci fa ragionare sulla nostra vita, ci aiuta a capire se vogliamo modificare dei percorsi, ci sostiene nel trovare le risorse per farlo. Non indica la direzione corretta da seguire, poiché non esiste una soluzione che sia uguale per tutti. Lo psicologo aiuta a ritrovare la strada giusta per se stessi, in linea con i propri valori e i propri desideri.

4) Ce la posso fare da solo

Esiste un ultimo mito che necessita di essere sfatato: quello del “dovercela fare da soli”. Nessuno si sognerebbe mai di farcela da solo a imparare la matematica o a nuotare o a curarsi, come dicevamo prima, un dente. Ognuno di noi è un individuo singolo, ma è anche una piccola parte di una rete di connessioni indispensabili alla nostra sopravvivenza. Se ci fermiamo a riflettere, abbiamo bisogno dell’aiuto degli altri, e delle altrui competenze, per coprire la quasi totalità delle nostre esigenze quotidiane. 

Perché dunque privarsi della consulenza e del sostegno di uno psicologo, quando la risoluzione del nostro disagio è cosi legata alla nostra realizzazione e alla serenità dei nostri affetti più cari? Essere autonomi e indipendenti non vuol dire anche scegliere di prender cura di noi stessi nel miglior modo possibile? 

Io credo di si, e questa mia convinzione guida ogni mia scelta.

 Conclusioni

Iniziare un percorso psicologico è un modo sicuro e veloce per recuperare il proprio equilibrio e tornare ad uno stato di benessere. È anche un ottimo modo per rinforzare le nostre abilità e le nostre competenze in un cammino di evoluzione personale.

 

 

L’autostima ha sempre esercitato un grande fascino su di me, per l’enorme potere che racchiude in sé di modificare in positivo, o in negativo, il destino delle nostre vite. L’autostima è una necessità fondamentale dell’essere umano, esattamente come bere, mangiare e riposare. Essa è un bisogno che, solo se colmato, permette a tutte le parti di noi di prendere il giusto nutrimento, e di fiorire

Alcuni giorni fa, sono stata invitata ad un evento nel Museo di Roma in Trastevere, una mostra di cui non sapevo l’esistenza. Mi capita, talvolta, di accettare proposte a scatola chiusa, per arrivare a godere dell’iniziativa completamente priva di aspettative. Dentro queste scatole, trovo spesso delle dolci sorprese. È così è stato per il lavoro di Inge Morath, un’artista completa, una donna con una personalità molto forte, una di quelle rare persone inconsapevoli del proprio carisma ma che sono capaci di cambiare per sempre un sentiero per il semplice fatto di averne calpestato l’erba.

Simone Sistarelli, ballerino e coreografo italiano, dal 2015 trasforma i pazienti colpiti dal Parkinson in appassionati studenti di danza Popping.

Il suo prodotto si chiama Popping For Parkinson's ed è il primo ed unico progetto che offre lezioni di danza a persone colpite da questa terribile malattia.

Tutte le lezioni di Popping For Parkinson's sono gratuite per i partecipanti perché non è pensabile, nell’idea di Simone, lucrare sulla disabilità.  

Una vera chiamata all’azione. “Dare più di ciò  che hai è impossibile. Dare meno è inaccettabile”

Inizia con queste parole uno dei tanti post di Simone Sistarelli pubblicato sulla sua pagina Instagram.

La citazione non è una delle tante frasi da scrollare in pausa pranzo fra una foto di un tramonto con spritz e due gattini che si baciano; non è una di quelle micro “pillole” stimolanti che vogliono indurti a uscire dal tunnel della pigrizia cronica e pungolarti a produrre come uno stercorario della Val di Chiana.

Chi, come me, segue il lavoro di Simone, riconosce subito la luce che filtra da queste semplici parole, l’energia e la forza che racchiudono.

Simone Sistarelli dall’Italia si trasferisce a Londra per realizzare i suoi sogni: studiare danza, ballare e coreografare. Dalla sua enorme passione nasce un progetto innovativo, unico al mondo: “Popping For Parkinson's”.  

Dal 2015, Simone offre lezioni gratuite di danza alle persone che soffrono di questa grave malattia degenerativa.

L’iniziativa di Simone rappresenta una rivoluzione nel modo di intendere e di vivere la disabilità: durante le sue fantastiche classi, le persone colpite dal Parkinson vengono invitate ad uscire dalla loro condizione di “malati” per indossare le semplici vesti di “studenti” di danza.  

Una dolce scoperta: Simone 

Mi imbatto in un video di Simone per caso, navigando sul web, mentre scorro i video dei miei ballerini preferiti. All’improvviso, appare sullo schermo un gruppo di persone “grandi” che si muovono all’unisono, seguendo il ritmo di una musica hip hop. Simone è al centro del gruppo, guida la coreografia con grande energia e non smette di sorridere. Sotto al video trovo scritte le sue parole:

“Immagina di avere il Parkinson. Immagina di perdere giorno dopo giorno il controllo sulla tua vita. Immagina di non riuscire più a fare semplici azioni quotidiane, perdendo autostima, energia e felicità”. 

Chi mi conosce da tempo sa cosa significhi per me la parola “Parkinson”.  

Non devo immaginare il Parkinson, o immaginare le terribili conseguenze che questa malattia porta con sé.  Mi basta pensare a mio padre.  

L’ho perso troppo presto a causa di questa malattia spaventosa e ho vissuto accanto a lui diciotto lunghissimi anni, durante i quali l’ho visto sempre lottare a testa alta, con forza, ottimismo e tanta, tanta autoironia.

Al tempo, non esistevano progetti di questo tipo. Non so se gli sarebbe piaciuta l’idea di ballare insieme a me, forse mi avrebbe guardato con il suo solito mezzo sorrisetto beffardo, che in codice voleva dire solo due parole:  "Ah Sabrì….!”

Però  io un’oretta di sala insieme a lui l’avrei trascorsa volentieri ad improvvisare passi e, sono certa ... lo avrei visto ridere.  

Oggi mio papà non c’è più.

Dieci milioni di persone al mondo continuano ad essere  affette dal morbo di Parkinson.  

Vorrei che il  progetto di Simone arrivasse a bussare a tutte quelle dieci milioni di porte.

Come nasce Popping for Parkinson's

“Non sarebbe fantastico se potessimo usare i sintomi del Parkinson come punto di partenza e non come un peso distruttivo? Non sarebbe fantastico? Questa attività esiste e si chiama Popping For Parkinson's” Simone Sistarelli  

Un giorno, osservando un signore malato, Simone ha un’intuizione: le contrazioni muscolari che caratterizzano il Parkinson sono molto simili a quelle che si eseguono volontariamente nella pratica del Popping, un nuovo stile di danza che prende vita dall’Hip hop.  

Alla base di questo stile, c’è un particolare allenamento della contrazione e del rilascio dei muscoli, meccanismo con il quale chi è malato di Parkinson già convive da tempo.

Simone immagina che attraverso la musica e la danza, le persone malate possano trovare il modo per combattere i sintomi della malattia, tra i quali la compromissione del movimento.

Da quel giorno, Simone prende informazioni, approfondisce e, con la benedizione e l’incoraggiamento dei medici, da vita ad un progetto nuovo e rivoluzionario a cui da nome “Popping For Parkinson's”.

Seguendo la sua idea il sintomo, visto e trattato sempre e solo come un limite, viene invece trasformato in un’espressione artistica positiva.    

Da quel lontano 2015, è passata tanta acqua sotto ai ponti e da Londra l’entusiasmo per questo nuovo tipo di percorso si è diffusa in tutta l’Europa, toccando molte città in varie tappe, comprese le nostre amate Torino, Milano, Bergamo e Firenze.

E’tanto l’interesse mostrato verso questo tipo di attività, non ci sono ancora studi scientifici a riguardo, ma il beneficio che ricevono le persone che partecipano alle classi è visibile ad occhio nudo e viene confermato dai tanti commenti positivi che gli allievi forniscono spontaneamente, dopo aver provato la singolare “terapia”.

Simone sintetizza cosi il suo pensiero: “ Popping For Parkinson's  offre a tutti quelli che si avvicinano la possibilità di esprimersi attraverso una delle forme artistiche più elevate, la danza, e regala delle ottime occasioni per divertirsi tutti insieme".

La “Missione” di Popping For Parkinson's

Simone si propone di apportare un cambiamento positivo nel modo di intendere e di vivere la malattia ed il progetto a cui da vita si ispira a dei valori umani molto profondi. In linea con i principi della cultura Hip Hop, la missione di Popping For Parkinson's si fonda su quattro elementi:

  • Togliere l’etichetta alla disabilità. Con il movimento, con la danza, con il popping si cambia il concetto di malattia.
  • Scegliere la propria identità: non sono le situazioni a definire la persona e neanche le circostanze. Tutti quelli che aderiscono al progetto sono studenti, ballerini, persone che si muovono.
  • Non guadagnare sulla disabilità. Tutte le classi di danza sono gratuite per i partecipanti
  • Migliorare se stessi attraverso il duro lavoro, certi di poter contare sempre sull’aiuto ed il sostegno della propria “crew”.

Il valore di Popping for Parkinson's

Quando ricevi una diagnosi di Parkinson, non è solo il tuo corpo a ricevere un triste verdetto. Da quel momento sai che sarai destinato ad affrontare mille ostacoli, diventi improvvisamente  consapevole del fatto che non avrai mai la vecchiaia felice che avevi in mente fino a quel momento.  

La tua anima si intristisce già prima che il corpo ne risenta.

Quando ricevi una diagnosi di Parkinson, non la ricevi da solo.

Tutta la tua famiglia la riceve con te.

Le preoccupazioni aumentano, le tensioni si avvertono di più, i rapporti, lentamente, ne risentono.

Anche gli amici più cari, che all’inizio fanno a gara per dare una mano e per tirarti su il morale, alla lunga pian piano scompaiono arrendendosi alle difficoltà che la malattia crea. Le medicine stesse, tanto utili per stare meglio fisicamente, possono indurre degli stati depressivi e isolare ancora di più la persona colta dalla malattia.

In questo triste scenario arriva, come un caldo raggio di sole, il progetto di Simone.

Il punto di vista della psicologia positiva. La danza: una cura nella cura

“E se esistesse una cura non farmacologica per aiutare a vivere meglio la malattia?”

Di nuovo le parole di Simone mi accarezzano:

“Non sarebbe fantastico se ci fosse un'attività che ti ridoni la gioia di vivere, che ti faccia sentire di nuovo vivo, che ti faccia esprimere al meglio? Non sarebbe bello?”  

Rimango un attimo di sale leggendo queste parole.

Non sarebbe bello, sarebbe … super! E non solo per i malati di Parkinson, se vogliamo dirla tutta!

Ballare non è solo un’attività istintiva e naturale, fonte di gioia e divertimento: essa è un’attività utile a tante funzioni umane importanti.  

I principali benefici a livello fisico, psicologico e delle relazioni toccano vari livelli:

  • Su un piano puramente fisiologico, il movimento alza naturalmente la produzione della serotonina e stimola il rilascio delle preziose endorfine, le stesse sostanze che vengono prodotte quando siamo accarezzati e coccolati o quando mangiamo qualcosa che ci piace. Il nostro benessere aumenta grazie alla presenza di queste sostanze ed il tono dell’umore si alza.
  • Sempre a livello fisico, il movimento aiuta a restare in forma e a mantenere una postura corretta, potenziando il tono muscolare e allenando il senso dell’equilibrio.
  • Sul piano mentale, la lezione riconnette anima e corpo: durante il riscaldamento ci si concentra sull’”intenzione” e si lascia fuori dalla sala tutto lo stress della vita quotidiana. Il mondo fuori viene per un attimo dimenticato e la persona ha la possibilità di immergersi totalmente nel “qui e ora”, apprezzando la bellezza dell’attimo presente.
  • A livello neuropsicologico, il ballo è molto utile. La mente viene stimolata e allenata attraverso i movimenti della coreografia, la capacità di concentrarsi e di memorizzare vengono attivate al massimo.
  • Sul piano delle relazioni, avere l’appuntamento con la lezione stimola la voglia di uscire, di fare programmi, e aiuta a socializzare con persone che vivono le stesse difficoltà. La solitudine è, per i malati, un elemento spesso più grave della malattia stessa. L’uomo è un essere sociale, privarsi degli stimoli mentali e dei rifornimenti affettivi che provengono dalle relazioni amicali, è un fattore di rischio potente per lo sviluppo di stati depressivi.
  • Sul piano psicologico ballare nutre l’amor proprio e l’autostima, aiutando le persone colpite dalla malattia a poter abbandonare per qualche ora le proprie “vesti”di disabile e poter tornare ad essere semplicemente “uomini” e “donne”, individui che hanno voglia di uscire, riunirsi e divertirsi grazie alla passione comune per la musica e per la danza.

Conclusioni

La mia stima ed il mio affetto vanno a questo coreografo, una persona che ha saputo dar corpo ad un proprio sogno aiutando tantissime persone.

Ringrazio ancora Simone per questa fantastica idea e per averla saputa realizzare con intuizione, determinazione e coraggio. Colgo l’occasione per ricordare che il progetto ha ancora bisogno di essere conosciuto e sostenuto affinché le persone malate possano beneficiarne a pieno, gratuitamente, in tutte le nostre città. https://www.poppingforparkinsons.com/workshops.html

Ti è mai capitato di voler dire qualcosa e di non essere capito, di essere frainteso o, peggio ancora, ignorato?

A tutti è successo, almeno una volta nella vita, di dire una frase pensando di dire qualcosa e di suscitare invece delle reazioni inaspettate o non desiderate. A tutti è capitato di arrabbiarci o offenderci con qualcuno che non aveva la minima intenzione di aggredirci.

Molte delle difficoltà relazionali che mi raccontano i miei pazienti non dipendono da reali motivi di conflitto, ma da una comunicazione poco chiara e efficace.

A scuola impariamo tante materie belle, però nessuno ci insegna a parlare in modo empatico e può capitare di diventare adulti ignorando la conoscenza di quelle che sono le regole della buona comunicazione.

Le regole per usare le parole in modo efficace sono facili da apprendere e da applicare nella vita di tutti i giorni. Conoscere queste regole e farle nostre ci permetterà di esprimere al meglio i nostri bisogni e di arrivare all’altro in maniera semplice e diretta, stimolando comprensione, ascolto ed empatia.

Se hai la sensazione di non riuscire ad arrivare agli altri nel modo in cui desideri è il caso di fermarti e di iniziare un percorso di crescita personale per migliorare questa importantissima competenza. 

Abbiamo un potere incredibile dentro di noi e dobbiamo solo imparare a usarlo!

In pochi incontri posso aiutarti a:

  • Utilizzare queste semplici regole, così importanti per capire e gestire la comunicazione sul lavoro e con le persone care.
  • Essere più consapevoli di come ci relazioniamo agli altri.
  • Iniziare a rendere i tuoi scambi comunicativi produttivi e appaganti, utilizzando dei semplici “trucchi del mestiere”che imparerai in brevissimo tempo e senza sforzo.

 

Vi è mai capitato di essere sotto stress e di fumare una sigaretta in più? O di ricorrere ad un dolcetto “consolatorio”, come “premio” per una brutta giornata? 

“Me lo merito”, diciamo a noi stessi. Oppure: “Smetterò domani”. 

La mente dell'essere umano è molto portata ad agire in automatico ed è profondamente allergica ai cambiamenti. 

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