Sabrina Ciccarelli

Sabrina Ciccarelli

In questo momento di emergenza e isolamento molti di noi si trovano a dover fronteggiare paura, sconforto e un vero e proprio danno economico. Il coronavirus ha colpito prima i nostri pensieri, rendendoli cupi e pieni di domande angosciose, poi le nostre relazioni, ed infine il cuore della nostra economia.  Alcune delle persone intorno a me si trovano già a dover affrontare le conseguenze derivate dalla chiusura di bar, ristoranti, teatri, cinema, palestre e scuole, per non parlare di chi fa derivare tutte le proprie entrate economiche dal settore turistico. In situazioni dove accadono eventi gravi che non possiamo controllare la Psicologia può venirci in aiuto. È molto importante sapere come funziona il nostro cervello in queste situazioni e quali sono le tecniche e le strategie utili per:

  • Non farsi travolgere dalle emozioni sgradevoli 
  • Mantenere la lucidità per trovare nuove soluzioni ai problemi
  • Salvaguardare le relazioni
  • Adeguarsi al nuovo stile di vita nel rispetto dei divieti

Una delle prime cose che la psicologia ci insegna è l'importanza di conoscere quello che è il nostro atteggiamento di fronte alle difficoltà che la vita ci riserva.

Il ruolo del nostro atteggiamento nel percepire e affrontare le difficoltà 

In un periodo particolare come quello che stiamo vivendo è vitale ricordarsi di quanto sia importante il nostro atteggiamento nell’affrontare gli ostacoli che incontriamo sul cammino.  A molti di noi può essere capitato di ingigantire eventi piccoli che ci sono accaduti, solo perché usciti di casa di malumore o tristi. Se siamo giù di corda, o in ansia, è possibile che metteremo questo filtro a tutto ciò che succede intorno a noi. Al contrario, se siamo di ottimo umore vivremo ogni evento della nostra giornata come un dono meraviglioso o come una bellissima sfida da affrontare. Pensiamo ad un esempio sciocco: buchiamo una gomma (a Roma evento più che frequente :) ) e immagino due diverse situazioni:

  • stiamo tornando da un colloquio andato storto, fuori piove e dobbiamo essere puntuali ad una visita
  • abbiamo ricevuto un premio per la poesia più bella dell'anno e abbiamo accanto la persona che ci piace e tutto il pomeriggio a disposizione 

L'evento è il medesimo, ciò che cambierà tantissimo sarà la nostra reazione a seconda del contesto e del significato che daremo a questo imprevisto.

L'atteggiamento che abbiamo determinerà la gravità di ciò che ci succede, ed in un mondo dove non tutto è prevedibile essere in uno stato di serenità di fondo può aiutare a vivere meglio. Ci sono eventi che possiamo evitare o controllare, altri che sfuggono totalmente al nostro potere. 

È importante mantenere la lucidità e la serenità per poter continuare a ricercare soluzioni anche dove non ne vediamo, e per continuare a fare del nostro meglio nell’area che possiamo influenzare. Per fare questo dobbiamo spostare il focus dai nostri pensieri negativi alle azioni che possono alleggerire la tensione e riportarci in uno stato di benessere e positività. Non possiamo sapere se ci ammaleremo o no, ma possiamo sapere cosa è più utile fare in questi momenti di difficoltà. 

Per affrontare le difficoltà in modo efficace occorre essere in condizioni psicofisiche ottimali, poiché le reazioni immediate sono incontrollabili, non si può comandare un'emozione! Ciò che possiamo fare è agire a monte, mettendoci nella condizione psicofisica migliore per restare lucidi di fronte agli eventi che ci accadono. Quando ci succede qualcosa di veramente grave, è abbastanza difficile non farsi travolgere dalle emozioni, ma la maggior parte delle situazioni che minano la nostra serenità non sono mai così importanti! Eppure lasciamo loro un grande potere. Più saremo in tensione, più tenderemo a reagire in modo eccessivo a ciò che ci accade, vivendo con maggiore intensità i problemi ed infilandoci in una spirale di negatività dalla quale è difficile uscire. Un tono dell'umore buono ci aiuterà a guardare con più obiettività ai problemi, e soprattutto manterrà la nostra mente sgombra da quel emozioni spiacevoli che vanno ad interferire con la logica. Saremo più lucidi, più veloci nel pensare le soluzioni possibili e più coraggiosi nel metterle in atto. 

Ma se questo buonumore di fondo proprio non arriva... cosa possiamo fare?

Curare le nostre condizioni psicofisiche e mantenere alto il buonumore attiva l'intelligenza positiva

 

la prima cosa che possiamo fare è attivare quella che il dott.Terenzio Traisci chiama "Intelligenza Positiva". Come? Curando il nostro corpo e la nostra mente in modo tale da predisporci al meglio ad affrontare la vita. Se siamo in situazione di stress, qualsiasi fatto ci metterà in super allarme, e gli eventi sui quali non abbiamo il controllo rischieranno di atterrarci. Se curiamo le nostre condizioni psicofisiche rendendole migliori, cambierà anche il nostro modo di percepire un eventuale accadimento negativo, e con esso anche il nostro modo di reagire, che sarà più funzionale a trovare una soluzione. 

Come fare per cambiare la nostra condizione psicofisica? Le azioni utili da compiere sono davvero tante, e basta scrollare i feed di qualsiasi social per trovare ricette e consigli. Ricordiamo allora solo qualche azione che potrebbe consentire di curare la nostra salute psicofisica sempre, a prescindere da questo particolare momento, anche se adesso diventa essenziale riprenderci il nostro potere su corpo, emozioni e pensiero.  Per rimanere attivi nel cercare di prevenire lo stato di malattia possiamo:

  • Seguire le direttive ed evitare le situazioni considerate a rischio, cercando nuovi modi per raggiungere i propri obiettivi nel lavoro e nel tempo libero.
  • Curare meglio la nutrizione e lo stato del nostro microbioma. Da quell’importantissimo gruppo di batteri dipende la salute del nostro intestino e da questa dipende la salute del nostro intero organismo. L’intestino, infatti, è considerato il nostro secondo cervello, per le sue molteplici funzioni, prima fra tutte il mantenere vivo e forte il nostro sistema immunitario.  
  • Incrementare il movimento del nostro corpo. In questo momento può essere utile farlo in casa, meglio  all’aria aperta (in balcone o in giardino), garantendo al nostro organismo quella quota importante di vitamina D che riceviamo gratuitamente dai raggi solari. In questo modo aiuteremo il nostro organismo ad aumentare le difese immunitarie e ad abbassare il rischio di cadere preda della malattia.
  • Idratarsi. Oltre ai normali benefici che il nostro corpo e la nostra mente derivano dal bere la giusta quantità di acqua, mantenere la gola idratata rende più difficile l’attecchimento di batteri e virus. Qualche medico consiglia anche l’assunzione di bevande moderatamente calde, che unisce ai vantaggi del bere, anche l’effetto “calore”, che ci dona un'immediata sensazione di benessere.
  • Nutrire la mente svuotandola dalle brutte notizie ed alimentandola con bei pensieri, e immagini e suoni graditi. Ascoltare musica, studiare, guardare documentari sul nostro meraviglioso pianeta, leggere un buon articolo di psicologia ;) Sono tutte azioni che aiutano a non sentirci “vittime” di un’ingiusta restrizione, ma individui liberi e padroni del nostro tempo.
  • Stabilire un contatto con altre persone, restare in relazione con gli altri aiuta a sentirsi sicuri, protetti e stimola la creazione di nuove strategie attraverso il confronto ed il dialogo. Non avere la possibilità di incontrarsi di persona non implica disconnettersi dalle relazioni: fortunatamente viviamo in un’era in cui basta prendere il telefonino o sederci ad un pc per dialogare e confrontarci con chi, come noi, sta vivendo un momento di disagio. Una voce amica che ci accoglie è un riparo preziosissimo, e anche solo un po’ di sano caxxeggio può essere utile a risollevare lo spirito e a vedere la realtà con più leggerezza. 
  • Esercitare la gentilezza e l'altruismo genera uno stato interiore di felicità e di calma, grazie agli ormoni e ai neurotrasmettitori responsabili di questi stati emotivi, primi fra tutti l’ossitocina (il famoso “ormone dell’abbraccio”) e le endorfine, le stesse che si scatenano quando mangiamo la cioccolata. Questi preziosi cocktail chimici vengono rilasciati quando le nostre richieste di aiuto sono accolte e ci sentiamo compresi, ma anche quando noi stessi siamo quei coraggiosi ed empatici soccorritori che offrono sostegno. Cercare di fare il possibile per rendere la situazione di disagio connessa al coronavirus meno temibile e più sostenibile anche per i nostri simili aiuterà noi stessi a vivere meglio questo terribile momento e a tornare alla normalità, (quando sarà e mi auguro il prima possibile) come individui più forti e coscienti.

 

 

Chiedere aiuto ad uno psicologo non è mai un’azione semplice da compiere: occorre coraggio, curiosità, e molta voglia di mettersi in gioco. Negli anni mi sono accorta che, prima di arrivare nel mio studio, molte persone attraversano un vero e proprio calvario lastricato di paure e resistenze. Qualcuno prova imbarazzo nel chiedere un colloquio psicologico, altri vengono di nascosto dai propri cari; molte persone, semplicemente, possono aver paura di qualcosa che ancora non conoscono. 

Fare il primo passo è l'azione più ardua da compiere

Stefania (nome di fantasia) mi confessa di aver fatto passare più di sei mesi prima di telefonare per chiedere un colloquio psicologico e di avermi contattata solo dopo essersi accorta che prendere il mio biglietto dal portafogli e tenerlo un po’ fra le dita la faceva sentire meglio. Quella piccola azione era diventata importante per lei, era come aver creato dentro di sé lo spazio mentale per il proprio percorso verso il cambiamento.

La resistenza più grande era stata telefonare, fare quel primo passo, ma alla fine del nostro primo contatto telefonico il ghiaccio poteva dirsi definitivamente rotto.

Perché è cosi difficile chiedere aiuto

La difficoltà nel prendere contatto con un professionista della salute mentale è spesso dovuta ad un retaggio culturale.

Nell’immaginario collettivo “chi chiede aiuto è un debole”, “i panni vanno lavati in famiglia”, “chi fa da sé fa per tre”, e…potrei continuare per ore. 

Un secondo freno nel fare il primo passo verso lo psicologo è che rimane poco chiaro cosa accada dietro alla porta dello studio. Credo sia molto  importante descrivere cosa facciamo noi psicologi, poiché una volta forniti i dettagli e chiariti tutti i misteri, anche le persone più prevenute saranno disposte a superare la propria diffidenza.

Quattro false credenze da combattere prima ... di subito!

Le numerose testimonianze e le evidenze raccolte dalla ricerca moderna testimoniano la scientificità della terapia psicologica come metodo di cura per tutta una serie di sintomi e problematiche. 

Le sedute psicologiche sono utili non solo in caso di disagio, ma anche nel caso in cui un individuo voglia investire nella propria crescita personale

I dubbi sono ancora tanti, molti li leggo nei commenti sui social, o li ascolto mentre faccio colazione nel mio bar di fiducia. Riporto qui sotto qualche esempio di affermazioni che leggo e ascolto:

  • Se chiedo l’aiuto dello psicologo c’è qualcosa che non va in me
  • Perché andare dallo psicologo quando posso parlare con un amico
  • Andare dallo psicologo vuol dire delegare ad un altro la risoluzione del mio problema
  • Non chiedo aiuto ad uno psicologo perché è un essere umano

Quest’ultima, devo dire, mi ha anche strappato un sorriso.

È davvero necessario essere delle creature divine, per poterci orientare nei dedali di una sofferenza che è tutta umana? 

In realtà lo psicologo è una persona normalissima, che vive una vita non immune da problemi e da difficoltà. Semplicemente, egli ha acquisito qualche strumento in più: competenze e abilità conquistate in anni di studi e tirocini sul campo. 

Lo psicologo è una persona che ha affinato degli strumenti, durante il suo percorso, che lo aiutano ad orientarsi prima (e meglio) nel labirinto del malessere. 

Ma perché scegliere di affidarsi ad un professionista in un momento critico? 

Ci sono molte ragioni per farlo. 

Partirò con il dire perché non dobbiamo assolutamente frenarci dal farlo:

1) Chiedere aiuto ad un professionista non vuol dire essere sbagliati

È possibile che nell’intera vita di un essere umano, ci siano momenti in cui le difficoltà prendano il sopravvento. Vivere periodi di crisi, trovarsi bloccati in qualche campo importante della nostra esistenza è un’esperienza che può essere capitata a molti di noi. La "crisi" è un momento di stop e può essere un periodo sgradevole o addirittura molto doloroso per chi la sperimenta. È anche un fenomeno che rientra nella normalità statistica di ogni vita terrena, che può portare ad un miglioramento negli equilibri della vita della persona che la attraversa e la supera. Talvolta, effettuando le giuste domande, un professionista può aiutare a trovare il significato del disagio e a vedere le cose da un altro punto di vista, accelerando il processo di uscita dal blocco.

2) Parlare con lo psicologo non è come parlare con un amico

Chiedere aiuto a figure professionali che sono più competenti di noi in materia “problemi e soluzioni” dovrebbe essere un’azione “normale", gestita in modo semplice e automatico. Se abbiamo male ad un dente, andiamo subito dal dentista a curarlo. Se la nostra vista cala, andiamo dall’oculista e poi dall’ottico a ordinare un bel paio di occhiali. Ma se abbiamo un problema psicologico spesso ce lo teniamo ben stretto, come se facendo finta di niente e dormendoci sopra se ne possa andare così come è venuto. In realtà il meccanismo funziona al contrario: molte difficoltà sarebbero di facile risoluzione se ci abituassimo a leggere i campanelli di allarme. Intervenire quando ci sono dei piccoli disagi nello svegliarsi e nell’andare a scuola (ad esempio dei piccoli mal di pancia, o dei capricci nel prepararsi) è molto più facile che agire su una fobia scolastica. E lo stesso vale per ogni tipo di problematica che riguardi noi stessi o le nostre relazioni.

3) Chiedere aiuto allo psicologo non vuol dire delegare i nostri problemi

Lo psicologo offre un sostegno nel momento in cui abbiamo perso la strada, ma non risolve il problema al posto nostro. Decidiamo sempre noi dove andare e con quali tempi. Il terapeuta ci fa ragionare sulla nostra vita, ci aiuta a capire se vogliamo modificare dei percorsi, ci sostiene nel trovare le risorse per farlo. Non indica la direzione corretta da seguire, poiché non esiste una soluzione che sia uguale per tutti. Lo psicologo aiuta a ritrovare la strada giusta per se stessi, in linea con i propri valori e i propri desideri.

4) Ce la posso fare da solo

Esiste un ultimo mito che necessita di essere sfatato: quello del “dovercela fare da soli”. Nessuno si sognerebbe mai di farcela da solo a imparare la matematica o a nuotare o a curarsi, come dicevamo prima, un dente. Ognuno di noi è un individuo singolo, ma è anche una piccola parte di una rete di connessioni indispensabili alla nostra sopravvivenza. Se ci fermiamo a riflettere, abbiamo bisogno dell’aiuto degli altri, e delle altrui competenze, per coprire la quasi totalità delle nostre esigenze quotidiane. 

Perché dunque privarsi della consulenza e del sostegno di uno psicologo, quando la risoluzione del nostro disagio è cosi legata alla nostra realizzazione e alla serenità dei nostri affetti più cari? Essere autonomi e indipendenti non vuol dire anche scegliere di prender cura di noi stessi nel miglior modo possibile? 

Io credo di si, e questa mia convinzione guida ogni mia scelta.

 Conclusioni

Iniziare un percorso psicologico è un modo sicuro e veloce per recuperare il proprio equilibrio e tornare ad uno stato di benessere. È anche un ottimo modo per rinforzare le nostre abilità e le nostre competenze in un cammino di evoluzione personale.

 

 

L’autostima ha sempre esercitato un grande fascino su di me, per l’enorme potere che racchiude in sé di modificare in positivo, o in negativo, il destino delle nostre vite. L’autostima è una necessità fondamentale dell’essere umano, esattamente come bere, mangiare e riposare. Essa è un bisogno che, solo se colmato, permette a tutte le parti di noi di prendere il giusto nutrimento, e di fiorire

Alcuni giorni fa, sono stata invitata ad un evento nel Museo di Roma in Trastevere, una mostra di cui non sapevo l’esistenza. Mi capita, talvolta, di accettare proposte a scatola chiusa, per arrivare a godere dell’iniziativa completamente priva di aspettative. Dentro queste scatole, trovo spesso delle dolci sorprese. È così è stato per il lavoro di Inge Morath, un’artista completa, una donna con una personalità molto forte, una di quelle rare persone inconsapevoli del proprio carisma ma che sono capaci di cambiare per sempre un sentiero per il semplice fatto di averne calpestato l’erba.

Simone Sistarelli, ballerino e coreografo italiano, dal 2015 trasforma i pazienti colpiti dal Parkinson in appassionati studenti di danza Popping.

Il suo prodotto si chiama Popping For Parkinson's ed è il primo ed unico progetto che offre lezioni di danza a persone colpite da questa terribile malattia.

Tutte le lezioni di Popping For Parkinson's sono gratuite per i partecipanti perché non è pensabile, nell’idea di Simone, lucrare sulla disabilità.  

Una vera chiamata all’azione. “Dare più di ciò  che hai è impossibile. Dare meno è inaccettabile”

Inizia con queste parole uno dei tanti post di Simone Sistarelli pubblicato sulla sua pagina Instagram.

La citazione non è una delle tante frasi da scrollare in pausa pranzo fra una foto di un tramonto con spritz e due gattini che si baciano; non è una di quelle micro “pillole” stimolanti che vogliono indurti a uscire dal tunnel della pigrizia cronica e pungolarti a produrre come uno stercorario della Val di Chiana.

Chi, come me, segue il lavoro di Simone, riconosce subito la luce che filtra da queste semplici parole, l’energia e la forza che racchiudono.

Simone Sistarelli dall’Italia si trasferisce a Londra per realizzare i suoi sogni: studiare danza, ballare e coreografare. Dalla sua enorme passione nasce un progetto innovativo, unico al mondo: “Popping For Parkinson's”.  

Dal 2015, Simone offre lezioni gratuite di danza alle persone che soffrono di questa grave malattia degenerativa.

L’iniziativa di Simone rappresenta una rivoluzione nel modo di intendere e di vivere la disabilità: durante le sue fantastiche classi, le persone colpite dal Parkinson vengono invitate ad uscire dalla loro condizione di “malati” per indossare le semplici vesti di “studenti” di danza.  

Una dolce scoperta: Simone 

Mi imbatto in un video di Simone per caso, navigando sul web, mentre scorro i video dei miei ballerini preferiti. All’improvviso, appare sullo schermo un gruppo di persone “grandi” che si muovono all’unisono, seguendo il ritmo di una musica hip hop. Simone è al centro del gruppo, guida la coreografia con grande energia e non smette di sorridere. Sotto al video trovo scritte le sue parole:

“Immagina di avere il Parkinson. Immagina di perdere giorno dopo giorno il controllo sulla tua vita. Immagina di non riuscire più a fare semplici azioni quotidiane, perdendo autostima, energia e felicità”. 

Chi mi conosce da tempo sa cosa significhi per me la parola “Parkinson”.  

Non devo immaginare il Parkinson, o immaginare le terribili conseguenze che questa malattia porta con sé.  Mi basta pensare a mio padre.  

L’ho perso troppo presto a causa di questa malattia spaventosa e ho vissuto accanto a lui diciotto lunghissimi anni, durante i quali l’ho visto sempre lottare a testa alta, con forza, ottimismo e tanta, tanta autoironia.

Al tempo, non esistevano progetti di questo tipo. Non so se gli sarebbe piaciuta l’idea di ballare insieme a me, forse mi avrebbe guardato con il suo solito mezzo sorrisetto beffardo, che in codice voleva dire solo due parole:  "Ah Sabrì….!”

Però  io un’oretta di sala insieme a lui l’avrei trascorsa volentieri ad improvvisare passi e, sono certa ... lo avrei visto ridere.  

Oggi mio papà non c’è più.

Dieci milioni di persone al mondo continuano ad essere  affette dal morbo di Parkinson.  

Vorrei che il  progetto di Simone arrivasse a bussare a tutte quelle dieci milioni di porte.

Come nasce Popping for Parkinson's

“Non sarebbe fantastico se potessimo usare i sintomi del Parkinson come punto di partenza e non come un peso distruttivo? Non sarebbe fantastico? Questa attività esiste e si chiama Popping For Parkinson's” Simone Sistarelli  

Un giorno, osservando un signore malato, Simone ha un’intuizione: le contrazioni muscolari che caratterizzano il Parkinson sono molto simili a quelle che si eseguono volontariamente nella pratica del Popping, un nuovo stile di danza che prende vita dall’Hip hop.  

Alla base di questo stile, c’è un particolare allenamento della contrazione e del rilascio dei muscoli, meccanismo con il quale chi è malato di Parkinson già convive da tempo.

Simone immagina che attraverso la musica e la danza, le persone malate possano trovare il modo per combattere i sintomi della malattia, tra i quali la compromissione del movimento.

Da quel giorno, Simone prende informazioni, approfondisce e, con la benedizione e l’incoraggiamento dei medici, da vita ad un progetto nuovo e rivoluzionario a cui da nome “Popping For Parkinson's”.

Seguendo la sua idea il sintomo, visto e trattato sempre e solo come un limite, viene invece trasformato in un’espressione artistica positiva.    

Da quel lontano 2015, è passata tanta acqua sotto ai ponti e da Londra l’entusiasmo per questo nuovo tipo di percorso si è diffusa in tutta l’Europa, toccando molte città in varie tappe, comprese le nostre amate Torino, Milano, Bergamo e Firenze.

E’tanto l’interesse mostrato verso questo tipo di attività, non ci sono ancora studi scientifici a riguardo, ma il beneficio che ricevono le persone che partecipano alle classi è visibile ad occhio nudo e viene confermato dai tanti commenti positivi che gli allievi forniscono spontaneamente, dopo aver provato la singolare “terapia”.

Simone sintetizza cosi il suo pensiero: “ Popping For Parkinson's  offre a tutti quelli che si avvicinano la possibilità di esprimersi attraverso una delle forme artistiche più elevate, la danza, e regala delle ottime occasioni per divertirsi tutti insieme".

La “Missione” di Popping For Parkinson's

Simone si propone di apportare un cambiamento positivo nel modo di intendere e di vivere la malattia ed il progetto a cui da vita si ispira a dei valori umani molto profondi. In linea con i principi della cultura Hip Hop, la missione di Popping For Parkinson's si fonda su quattro elementi:

  • Togliere l’etichetta alla disabilità. Con il movimento, con la danza, con il popping si cambia il concetto di malattia.
  • Scegliere la propria identità: non sono le situazioni a definire la persona e neanche le circostanze. Tutti quelli che aderiscono al progetto sono studenti, ballerini, persone che si muovono.
  • Non guadagnare sulla disabilità. Tutte le classi di danza sono gratuite per i partecipanti
  • Migliorare se stessi attraverso il duro lavoro, certi di poter contare sempre sull’aiuto ed il sostegno della propria “crew”.

Il valore di Popping for Parkinson's

Quando ricevi una diagnosi di Parkinson, non è solo il tuo corpo a ricevere un triste verdetto. Da quel momento sai che sarai destinato ad affrontare mille ostacoli, diventi improvvisamente  consapevole del fatto che non avrai mai la vecchiaia felice che avevi in mente fino a quel momento.  

La tua anima si intristisce già prima che il corpo ne risenta.

Quando ricevi una diagnosi di Parkinson, non la ricevi da solo.

Tutta la tua famiglia la riceve con te.

Le preoccupazioni aumentano, le tensioni si avvertono di più, i rapporti, lentamente, ne risentono.

Anche gli amici più cari, che all’inizio fanno a gara per dare una mano e per tirarti su il morale, alla lunga pian piano scompaiono arrendendosi alle difficoltà che la malattia crea. Le medicine stesse, tanto utili per stare meglio fisicamente, possono indurre degli stati depressivi e isolare ancora di più la persona colta dalla malattia.

In questo triste scenario arriva, come un caldo raggio di sole, il progetto di Simone.

Il punto di vista della psicologia positiva. La danza: una cura nella cura

“E se esistesse una cura non farmacologica per aiutare a vivere meglio la malattia?”

Di nuovo le parole di Simone mi accarezzano:

“Non sarebbe fantastico se ci fosse un'attività che ti ridoni la gioia di vivere, che ti faccia sentire di nuovo vivo, che ti faccia esprimere al meglio? Non sarebbe bello?”  

Rimango un attimo di sale leggendo queste parole.

Non sarebbe bello, sarebbe … super! E non solo per i malati di Parkinson, se vogliamo dirla tutta!

Ballare non è solo un’attività istintiva e naturale, fonte di gioia e divertimento: essa è un’attività utile a tante funzioni umane importanti.  

I principali benefici a livello fisico, psicologico e delle relazioni toccano vari livelli:

  • Su un piano puramente fisiologico, il movimento alza naturalmente la produzione della serotonina e stimola il rilascio delle preziose endorfine, le stesse sostanze che vengono prodotte quando siamo accarezzati e coccolati o quando mangiamo qualcosa che ci piace. Il nostro benessere aumenta grazie alla presenza di queste sostanze ed il tono dell’umore si alza.
  • Sempre a livello fisico, il movimento aiuta a restare in forma e a mantenere una postura corretta, potenziando il tono muscolare e allenando il senso dell’equilibrio.
  • Sul piano mentale, la lezione riconnette anima e corpo: durante il riscaldamento ci si concentra sull’”intenzione” e si lascia fuori dalla sala tutto lo stress della vita quotidiana. Il mondo fuori viene per un attimo dimenticato e la persona ha la possibilità di immergersi totalmente nel “qui e ora”, apprezzando la bellezza dell’attimo presente.
  • A livello neuropsicologico, il ballo è molto utile. La mente viene stimolata e allenata attraverso i movimenti della coreografia, la capacità di concentrarsi e di memorizzare vengono attivate al massimo.
  • Sul piano delle relazioni, avere l’appuntamento con la lezione stimola la voglia di uscire, di fare programmi, e aiuta a socializzare con persone che vivono le stesse difficoltà. La solitudine è, per i malati, un elemento spesso più grave della malattia stessa. L’uomo è un essere sociale, privarsi degli stimoli mentali e dei rifornimenti affettivi che provengono dalle relazioni amicali, è un fattore di rischio potente per lo sviluppo di stati depressivi.
  • Sul piano psicologico ballare nutre l’amor proprio e l’autostima, aiutando le persone colpite dalla malattia a poter abbandonare per qualche ora le proprie “vesti”di disabile e poter tornare ad essere semplicemente “uomini” e “donne”, individui che hanno voglia di uscire, riunirsi e divertirsi grazie alla passione comune per la musica e per la danza.

Conclusioni

La mia stima ed il mio affetto vanno a questo coreografo, una persona che ha saputo dar corpo ad un proprio sogno aiutando tantissime persone.

Ringrazio ancora Simone per questa fantastica idea e per averla saputa realizzare con intuizione, determinazione e coraggio. Colgo l’occasione per ricordare che il progetto ha ancora bisogno di essere conosciuto e sostenuto affinché le persone malate possano beneficiarne a pieno, gratuitamente, in tutte le nostre città. https://www.poppingforparkinsons.com/workshops.html

Ti è mai capitato di voler dire qualcosa e di non essere capito, di essere frainteso o, peggio ancora, ignorato?

A tutti è successo, almeno una volta nella vita, di dire una frase pensando di dire qualcosa e di suscitare invece delle reazioni inaspettate o non desiderate. A tutti è capitato di arrabbiarci o offenderci con qualcuno che non aveva la minima intenzione di aggredirci.

Molte delle difficoltà relazionali che mi raccontano i miei pazienti non dipendono da reali motivi di conflitto, ma da una comunicazione poco chiara e efficace.

A scuola impariamo tante materie belle, però nessuno ci insegna a parlare in modo empatico e può capitare di diventare adulti ignorando la conoscenza di quelle che sono le regole della buona comunicazione.

Le regole per usare le parole in modo efficace sono facili da apprendere e da applicare nella vita di tutti i giorni. Conoscere queste regole e farle nostre ci permetterà di esprimere al meglio i nostri bisogni e di arrivare all’altro in maniera semplice e diretta, stimolando comprensione, ascolto ed empatia.

Se hai la sensazione di non riuscire ad arrivare agli altri nel modo in cui desideri è il caso di fermarti e di iniziare un percorso di crescita personale per migliorare questa importantissima competenza. 

Abbiamo un potere incredibile dentro di noi e dobbiamo solo imparare a usarlo!

In pochi incontri posso aiutarti a:

  • Imparare queste semplici regole, così importanti per capire e gestire la comunicazione sul lavoro e con le persone care.
  • Essere più consapevoli di come ci relazioniamo agli altri.
  • Iniziare a rendere i tuoi scambi comunicativi produttivi e appaganti, utilizzando dei semplici “trucchi del mestiere”che imparerai in brevissimo tempo e senza sforzo.

 

Vi è mai capitato di essere sotto stress e di fumare una sigaretta in più? O di ricorrere ad un dolcetto “consolatorio”, come “premio” per una brutta giornata? 

“Me lo merito”, diciamo a noi stessi. Oppure: “Smetterò domani”. 

La mente dell'essere umano è molto portata ad agire in automatico ed è profondamente allergica ai cambiamenti. 

Lo stress si verifica quando abbiamo la sensazione che i problemi della vita superino di gran lunga le risorse a nostra disposizione per affrontarli.

La qualità della nostra vita, infatti, non dipende dalla quantità di problemi che dobbiamo affrontare, ma dal modo in cui reagiamo a questi eventi, dal modo in cui “viviamo” e “pensiamo” lo stress.

Capo I – Principi generali

Articolo 1 Le regole del presente Codice Deontologico sono vincolanti per tutti gli iscritti all’Albo degli psicologi. Lo psicologo è tenuto alla loro conoscenza e l’ignoranza delle medesime non esime dalla responsabilità disciplinare. Le stesse regole si applicano anche nei casi in cui le prestazioni, o parti di esse, vengano effettuate a distanza, via Internet o con qualunque altro mezzo elettronico e/o telematico.

Articolo 2 L’inosservanza dei precetti stabiliti nel presente Codice deontologico, ed ogni azione od omissione comunque contrarie al decoro, alla dignità ed al corretto esercizio della professione, sono punite secondo quanto previsto dall’art. 26, comma 1°, della Legge 18 febbraio 1989, n. 56, secondo le procedure stabilite dal Regolamento disciplinare.

Articolo 3 Lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità. In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere se stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace. Lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può  intervenire significativamente nella vita degli altri; pertanto deve prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l’uso non appropriato della sua influenza, e non utilizza indebitamente la fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza dei committenti e degli utenti destinatari della sua prestazione professionale. Lo psicologo è responsabile dei propri atti professionali e delle loro prevedibili dirette conseguenze.

Articolo 4 Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio- economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità. Lo psicologo utilizza metodi e tecniche salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi. Quando sorgono conflitti di interesse tra l’utente e l’istituzione presso cui lo psicologo opera, quest’ultimo deve esplicitare alle parti, con chiarezza, i termini delle proprie responsabilità ed i vincoli cui è professionalmente tenuto. In tutti i casi in cui il destinatario ed il committente dell’intervento di sostegno o di psicoterapia non coincidano, lo psicologo tutela prioritariamente il destinatario dell’intervento stesso.

Articolo 5 Lo psicologo è tenuto a mantenere un livello adeguato di preparazione e aggiornamento professionale, con particolare riguardo ai settori nei quali opera. La violazione dell’obbligo di formazione continua, determina un illecito disciplinare che è sanzionato sulla base di quanto stabilito dall’ordinamento professionale. Riconosce i limiti della propria competenza e usa, pertanto solo strumenti teorico – pratici per i quali ha acquisito adeguata competenza e, ove necessario, formale autorizzazione. Lo psicologo impiega metodologie delle quali è in grado di indicare le fonti e riferimenti scientifici, e non suscita, nelle attese del cliente e/o utente, aspettative infondate.

Articolo 6 Lo psicologo accetta unicamente condizioni di lavoro che non compromettano la sua autonomia professionale ed il rispetto delle norme del presente codice, e, in assenza di tali condizioni, informa il proprio Ordine. Lo psicologo salvaguarda la propria autonomia nella scelta dei metodi, delle tecniche e degli strumenti psicologici, nonché della loro utilizzazione; è perciò responsabile della loro applicazione ed uso, dei risultati, delle valutazioni ed interpretazioni che ne ricava. Nella collaborazione con professionisti di altre discipline esercita la piena autonomia professionale nel rispetto delle altrui competenze.

Articolo 7 Nelle proprie attività professionali, nelle attività di ricerca e nelle comunicazioni dei risultati delle stesse, nonché nelle attività didattiche, lo psicologo valuta attentamente, anche in relazione al contesto, il grado di validità e di attendibilità di informazioni, dati e fonti su cui basa le conclusioni raggiunte; espone, all’occorrenza, le ipotesi interpretative alternative, ed esplicita i limiti dei risultati. Lo psicologo, su casi specifici, esprime valutazioni e giudizi professionali solo se fondati sulla conoscenza professionale diretta ovvero su una documentazione adeguata ed attendibile.

Articolo 8 Lo psicologo contrasta l’esercizio abusivo della professione come definita dagli articoli 1 e 3 della Legge 18 febbraio 1989, n. 56, e segnala al Consiglio dell’Ordine i casi di abusivismo o di usurpazione di titolo di cui viene a conoscenza. Parimenti, utilizza il proprio titolo professionale esclusivamente per attività ad esso pertinenti, e non avalla con esso attività ingannevoli od abusive. 

Articolo 9 Nella sua attività di ricerca lo psicologo è tenuto ad informare adeguatamente i soggetti in essa coinvolti al fine di ottenerne il previo consenso informato, anche relativamente al nome, allo status scientifico e professionale del ricercatore ed alla sua eventuale istituzione di appartenenza. Egli deve altresì garantire a tali soggetti la piena libertà di concedere, di rifiutare ovvero di ritirare il consenso stesso. Nell’ipotesi in cui la natura della ricerca non consenta di informare preventivamente e correttamente i soggetti su taluni aspetti della ricerca stessa, lo psicologo ha l’obbligo di fornire comunque, alla fine della prova ovvero della raccolta dei dati, le informazioni dovute e di ottenere l’autorizzazione all’uso dei dati raccolti. Per quanto concerne i soggetti che, per età o per altri motivi, non sono in grado di esprimere validamente il loro consenso, questo deve essere dato da chi ne ha la potestà genitoriale o la tutela, e, altresì, dai soggetti stessi, ove siano in grado di comprendere la natura della collaborazione richiesta. Deve essere tutelato, in ogni caso, il diritto dei soggetti alla riservatezza, alla non riconoscibilità ed all’anonimato.

Articolo 10 Quando le attività professionali hanno ad oggetto il comportamento degli animali, lo psicologo si impegna a rispettarne la natura ed a evitare loro sofferenze.

Articolo 11 Lo psicologo è strettamente tenuto al segreto professionale. Pertanto non rivela notizie, fatti o informazioni apprese in ragione del suo rapporto professionale, né informa circa le prestazioni professionali effettuate o programmate, a meno che non ricorrano le ipotesi previste dagli articoli seguenti.

Articolo 12 Lo psicologo si astiene dal rendere testimonianza su fatti di cui è venuto a conoscenza in ragione del suo rapporto professionale. Lo psicologo può derogare all’obbligo di mantenere il segreto professionale, anche in caso di testimonianza, esclusivamente in presenza di valido e dimostrabile consenso del destinatario della sua prestazione. Valuta, comunque, l’opportunità di fare uso di tale consenso, considerando preminente la tutela psicologica dello stesso.

Articolo 13 Nel caso di obbligo di referto o di obbligo di denuncia, lo psicologo limita allo stretto necessario il riferimento di quanto appreso in ragione del proprio rapporto professionale, ai fini della tutela psicologica del soggetto. Negli altri casi, valuta con attenzione la necessità di derogare totalmente o parzialmente alla propria doverosa riservatezza, qualora si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi.

Articolo 14 Lo psicologo, nel caso di intervento su o attraverso gruppi, è tenuto ad in informare, nella fase iniziale, circa le regole che governano tale intervento. È tenuto altresì ad impegnare, quando necessario, i componenti del gruppo al rispetto del diritto di ciascuno alla riservatezza. 

Articolo 15 Nel caso di collaborazione con altri soggetti parimenti tenuti al segreto professionale, lo psicologo può  condividere soltanto le informazioni strettamente necessarie in relazione al tipo di collaborazione.

Articolo 16 Lo psicologo redige le comunicazioni scientifiche, ancorché indirizzate ad un pubblico di professionisti tenuti al segreto professionale, in modo da salvaguardare in ogni caso l’anonimato del destinatario della prestazione.

Articolo 17 La segretezza delle comunicazioni deve essere protetta anche attraverso la custodia e il controllo di appunti, note, scritti o registrazioni di qualsiasi genere e sotto qualsiasi forma, che riguardino il rapporto professionale. Tale documentazione deve essere conservata per almeno i cinque anni successivi alla conclusione del rapporto professionale, fatto salvo quanto previsto da norme specifiche. Lo psicologo deve provvedere perché, in caso di sua morte o di suo impedimento, tale protezione sia affidata ad un collega ovvero all’Ordine professionale. Lo psicologo che collabora alla costituzione ed all’uso di sistemi di documentazione si adopera per la realizzazione di garanzie di tutela dei soggetti interessati.

Articolo 18 In ogni contesto professionale lo psicologo deve adoperarsi affinché sia il più possibile rispettata la libertà di scelta, da parte del cliente e/o del paziente, del professionista cui rivolgersi. 

Articolo 19 Lo psicologo che presta la sua opera professionale in contesti di selezione e valutazione è tenuto a rispettare esclusivamente i criteri della specifica competenza, qualificazione o preparazione, e non avalla decisioni contrarie a tali principi.

Articolo 20 Nella sua attività di docenza, di didattica e di formazione lo psicologo stimola negli studenti, allievi e tirocinanti l’interesse per i principi deontologici, anche ispirando ad essi la propria condotta professionale.

Articolo 21 L’insegnamento dell’uso di strumenti e tecniche conoscitive e di intervento riservati alla professione di psicologo a persone estranee alla professione stessa costituisce violazione deontologica grave. Costituisce aggravante avallare con la propria opera professionale attività ingannevoli o abusive concorrendo all’attribuzione di qualifiche, attestati o inducendo a ritenersi autorizzati all’esercizio di attività caratteristiche dello psicologo. Sono specifici della professione di psicologo tutti gli strumenti e le tecniche conoscitive e di intervento relative a processi psichici (relazionali, emotivi, cognitivi, comportamentali) basati sull’applicazione di principi, conoscenze, modelli o costrutti psicologici. È fatto salvo l’insegnamento di tali strumenti e tecniche agli studenti dei corsi di studio universitari in psicologia e ai tirocinanti. È altresì fatto salvo l’insegnamento di conoscenze psicologiche.

Capo II – Rapporti con l’utenza e con la committenza

Articolo 22 Lo psicologo adotta condotte non lesive per le persone di cui si occupa professionalmente, e non utilizza il proprio ruolo ed i propri strumenti professionali per assicurare a sè o ad altri indebiti vantaggi. Articolo 23 Lo psicologo pattuisce nella fase iniziale del rapporto quanto attiene al compenso professionale. In ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera. In ambito clinico tale compenso non può  essere condizionato all’esito o ai risultati dell’intervento professionale.

Articolo 24 Lo psicologo, nella fase iniziale del rapporto professionale, fornisce all’individuo, al gruppo, all’istituzione o alla comunità, siano essi utenti o committenti, informazioni adeguate e comprensibili circa le sue prestazioni, le finalità e le modalità delle stesse, nonché circa il grado e i limiti giuridici della riservatezza. Pertanto, opera in modo che chi ne ha diritto possa esprimere un consenso informato. Se la prestazione professionale ha carattere di continuità nel tempo, dovrà esserne indicata, ove possibile, la prevedibile durata.

Articolo 25 Lo psicologo non usa impropriamente gli strumenti di diagnosi e di valutazione di cui dispone. Nel caso di interventi commissionati da terzi, informa i soggetti circa la natura del suo intervento professionale, e non utilizza, se non nei limiti del mandato ricevuto, le notizie apprese che possano recare ad essi pregiudizio. Nella comunicazione dei risultati dei propri interventi diagnostici e valutativi, lo psicologo è tenuto a regolare tale comunicazione anche in relazione alla tutela psicologica dei soggetti.

Articolo 26 Lo psicologo si astiene dall’intraprendere o dal proseguire qualsiasi attività professionale ove propri problemi o conflitti personali, interferendo con l’efficacia delle sue prestazioni, le rendano inadeguate o dannose alle persone cui sono rivolte. Lo psicologo evita, inoltre, di assumere ruoli professionali e di compiere interventi nei confronti dell’utenza, anche su richiesta dell’Autorità Giudiziaria, qualora la natura di precedenti rapporti possa comprometterne la credibilità e l’efficacia.

Articolo 27 Lo psicologo valuta ed eventualmente propone l’interruzione del rapporto terapeutico quando constata che il paziente non trae alcun beneficio dalla cura e non è ragionevolmente prevedibile che ne trarrà dal proseguimento della cura stessa. Se richiesto, fornisce al paziente le informazioni necessarie a ricercare altri e più adatti interventi.

Articolo 28 Lo psicologo evita commistioni tra il ruolo professionale e vita privata che possano interferire con l’attività professionale o comunque arrecare nocumento all’immagine sociale della professione. Costituisce grave violazione deontologica effettuare interventi diagnostici, di sostegno psicologico o di psicoterapia rivolti a persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo-sentimentale e/o sessuale. Parimenti costituisce grave violazione deontologica instaurare le suddette relazioni nel corso del rapporto professionale. Allo psicologo è vietata qualsiasi attività che, in ragione del rapporto professionale, possa produrre per lui indebiti vantaggi diretti o indiretti di carattere patrimoniale o non patrimoniale, ad esclusione del compenso pattuito. Lo psicologo non sfrutta la posizione professionale che assume nei confronti di colleghi in supervisione e di tirocinanti, per fini estranei al rapporto professionale.

Articolo 29 Lo psicologo può  subordinare il proprio intervento alla condizione che il paziente si serva di determinati presidi, istituti o luoghi di cura soltanto per fondati motivi di natura scientifico- professionale. Articolo 30 Nell’esercizio della sua professione allo psicologo è vietata qualsiasi forma di compenso che non costituisca il corrispettivo di prestazioni professionali.

Articolo 31 Le prestazioni professionali a persone minorenni o interdette sono, generalmente, subordinate al consenso di chi esercita sulle medesime la potestà genitoriale o la tutela. Lo psicologo che, in assenza del consenso di cui al precedente comma, giudichi necessario l’intervento professionale nonché l’assoluta riservatezza dello stesso, è tenuto ad informare l’Autorità Tutoria dell’instaurarsi della relazione professionale. Sono fatti salvi i casi in cui tali prestazioni avvengano su ordine dell’autorità legalmente competente o in strutture legislativamente preposte.

Articolo 32 Quando lo psicologo acconsente a fornire una prestazione professionale su richiesta di un committente diverso dal destinatario della prestazione stessa, è tenuto a chiarire con le parti in causa la natura e le finalità dell’intervento.

Capo III – Rapporti con i colleghi

Articolo 33 I rapporti fra gli psicologi devono ispirarsi al principio del rispetto reciproco, della lealtà e della colleganza. Lo psicologo appoggia e sostiene i Colleghi che, nell’ambito della propria attività, quale che sia la natura del loro rapporto di lavoro e la loro posizione gerarchica, vedano compromessa la loro autonomia ed il rispetto delle norme deontologiche.

Articolo 34 Lo psicologo si impegna a contribuire allo sviluppo delle discipline psicologiche e a comunicare i progressi delle sue conoscenze e delle sue tecniche alla comunità professionale, anche al fine di favorirne la diffusione per scopi di benessere umano e sociale.

Articolo 35 Nel presentare i risultati delle proprie ricerche, lo psicologo è tenuto ad indicare la fonte degli altrui contributi.

Articolo 36 Lo psicologo si astiene dal dare pubblicamente su colleghi giudizi negativi relativi alla loro formazione, alla loro competenza ed ai risultati conseguiti a seguito di interventi professionali, o comunque giudizi lesivi del loro decoro e della loro reputazione professionale. Costituisce aggravante il fatto che tali giudizi negativi siano volti a sottrarre clientela ai colleghi. Qualora ravvisi casi di scorretta condotta professionale che possano tradursi in danno per gli utenti o per il decoro della professione, lo psicologo è tenuto a darne tempestiva comunicazione al Consiglio dell’Ordine competente.

Articolo 37 Lo psicologo accetta il mandato professionale esclusivamente nei limiti delle proprie competenze. Qualora l’interesse del committente e/o del destinatario della prestazione richieda il ricorso ad altre specifiche competenze, lo psicologo propone la consulenza ovvero l’invio ad altro collega o ad altro professionista.

Articolo 38 Nell’esercizio della propria attività professionale e nelle circostanze in cui rappresenta pubblicamente la professione a qualsiasi titolo, lo psicologo è tenuto ad uniformare la propria condotta ai principi del decoro e della dignità professionale.

Capo IV – Rapporti con la società

Articolo 39 Lo psicologo presenta in modo corretto ed accurato la propria formazione, esperienza e competenza. Riconosce quale suo dovere quello di aiutare il pubblico e gli utenti a sviluppare in modo libero e consapevole giudizi, opinioni e scelte.

Articolo 40 Indipendentemente dai limiti posti dalla vigente legislazione in materia di pubblicità, lo psicologo non assume pubblicamente comportamenti scorretti finalizzati al procacciamento della clientela. In ogni caso, può  essere svolta pubblicità informativa circa i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto, nonché il prezzo e i costi complessivi delle prestazioni secondo criteri di trasparenza e veridicità del messaggio il cui rispetto è verificato dai competenti Consigli dell’Ordine. Il messaggio deve essere formulato nel rispetto del decoro professionale, conformemente ai criteri di serietà scientifica ed alla tutela dell’immagine della professione. La mancanza di trasparenza e veridicità del messaggio pubblicizzato costituisce violazione deontologica.

Capo V – Norme di attuazione

Articolo 41 È istituito presso la “Commissione Deontologia” dell’Ordine degli psicologi l'”Osservatorio permanente sul Codice Deontologico”, regolamentato con apposito atto del Consiglio Nazionale dell’Ordine, con il compito di raccogliere la giurisprudenza in materia deontologica dei Consigli regionali e provinciali dell’Ordine e ogni altro materiale utile a formulare eventuali proposte della Commissione al Consiglio Nazionale dell’Ordine, anche ai fini della revisione periodica del Codice Deontologico. Tale revisione si atterrà alle modalità previste dalla Legge 18 febbraio 1989, n. 56.

Articolo 42 Il presente Codice deontologico entra in vigore il trentesimo giorno successivo alla proclamazione dei risultati del referendum di approvazione, ai sensi dell’art. 28, comma 6, lettera c) della Legge 18 febbraio 1989, n. 56.

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