Diversità e benessere psicologico. L’importanza di lavorare sulle convinzioni limitanti

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Per accettarsi occorre conoscersi Per accettarsi occorre conoscersi Foto di Elizaveta Dushechkina da Pexels

Mi è capitato molte volte di scambiare riflessioni con persone che, per varie ragioni, sono state penalizzate dal proprio “sentirsi differenti”. Chi porta una diversità evidente ha spesso anche dovuto affrontare e combattere una sofferenza psicologica. C’è una domanda importante sulla quale però vorrei soffermarmi. L’ostacolo più grande che incontra una persona considerata “diversa” è davvero in quella determinata caratteristica fisica? È proprio in quella specifica disabilità, nel colore della pelle, o in quel determinato tratto caratteriale? La risposta a questa domanda è spesso "No". Le sofferenze che mi sono state confidate in molti casi non erano legate alla situazione oggettiva, o alle dirette conseguenze che quel modo di essere portava con sé, ma erano frutto di credenze e pensieri che venivano associati a quella diversità. 

Molti racconti che ascolto testimoniano che il dolore più profondo scaturisce dal rifiuto e dal giudizio del mondo esterno. Sono spesso persone al di fuori della famiglia: insegnanti, compagni di scuola o anche perfetti sconosciuti incrociati per strada. 

In molte altre situazioni il racconto riguarda la difficoltà di affrontare il proprio pensiero ed il proprio giudizio, spesso compromesso da convinzioni limitanti. In questi casi la persona può arrivare a penalizzarsi da sola, non volendosi bene, rifiutando di accettare i propri limiti e trattenendosi dal lanciarsi nel mondo in modo aperto e fiducioso. 

 

"Di tutti i giudizi che subiamo nella nostra vita, nessuno è importante come quello che subiamo da noi stessi”    

Nathalien Branden 

 

Il confronto con gli altri e la costruzione del senso di fiducia nelle nostre capacità: un percorso lungo e pieno di cadute

L’uomo viene definito un animale sociale. Una delle sue caratteristiche, infatti, è quella di sentirsi felice e realizzato grazie anche alla bontà delle proprie relazioni affettive. Lasciare il caldo guscio protettivo della famiglia e iniziare ad avere una vita sociale esterna è la prima grande sfida che dobbiamo affrontare da individui. Questa fase è molto ricca di stimoli utili al nostro sviluppo e offre meravigliose esperienze ma è anche un momento molto delicato. Nuove figure si presentano nella nostra vita e noi siamo costretti a scoprire e poi allenare le nostre abilità affettive e relazionali. La qualità delle interazioni con i compagni, con gli adulti coinvolti nella nostra educazione e la bontà delle esperienze che facciamo durante il nostro percorso di crescita contribuiranno a costruire la fiducia nelle nostre capacità e a innalzare il nostro “livello di autostima”:

  • Se le nostre relazioni sono positive saremo sicuramente invogliati e spronati a dare il meglio di noi.
  • Se ci impegneremo avremo maggiori probabilità di ottenere buoni risultati
  • Se otterremo successi la nostra autostima crescerà e questo circolo positivo si autorinforzerà continuamente.

Non sempre però le cose vanno così lisce e l’incontro con il pianeta “Altro” può divenire un percorso lastricato da difficoltà e problemi.

 

Quando l’ostacolo non è dove appare. Le difficoltà dell’adolescente “diverso”

Accade a quasi tutti gli adolescenti di passare una fase in cui guardarsi allo specchio non è l’azione più semplice da compiere. Se ci fermiamo a riflettere e facciamo lo sforzo di andare indietro con la memoria forse anche noi da ragazzi ci trovavamo dei difetti che, come si dice a Roma : “Magari ad averceli mo’!” : )

A chi non è successo di trovarsi fra le dita una vecchia foto e di dire: “Guarda come stavo bene!”… Eppure, magari al tempo ci sentivamo così … brutti/magre/grassi/bassi/goffe/scialbe. È tipico degli adolescenti trovarsi difetti anche dove non ci sono, figuriamoci quando quelli che abbiamo ci vengono fatti “gentilmente” notare dai nostri presunti amici, o quando oltre ai troppi brufoli magari abbiamo un diverso numero di arti rispetto al nostro vicino di banco… Ecco che la vita può diventare davvero un’impegnativa corsa ad ostacoli!

Nel caso dei ragazzi considerati “diversi” spesso troviamo una sofferenza interiore che può essere associata al tipo e al grado di accoglienza ricevuta nei vari contesti. La scuola, la cerchia di amici e (nei casi fortunati) anche il luogo dove si pratica lo sport saranno ambienti decisivi per lo sviluppo di uno stato di benessere psicologico. 

Purtroppo, ancora nel nostro secolo e nella nostra modernissima nazione, può succedere che il bambino o l’adolescente portatore di una diversità si trovi catapultato in un ambiente poco inclusivo, senza che si sia creata a monte una cultura in grado di accogliere e valorizzare le differenze e le caratteristiche individuali che ogni persona porta con sé

In questi specifici casi la sofferenza che si genera affonda le sue radici nello scontro che avviene tra la persona diversa e le idee di "normalità", che sono spesso dei rigidi scudi fra noi e gli altri. Con queste parole non è mia intenzione negare la sofferenza che può nascere nel vivere una disabilità di qualsiasi tipo. Nascere con due mani invece che con una facilita senz’altro la vita a chiunque! Ma dobbiamo ricordare che per un sordo non udire è “la normalità”.

Molto probabilmente la persona che nasce con un deficit ha già organizzato delle strategie compensative per sostituire quel senso o quella funzione mancante.

Se un individuo nasce sordo è probabile che compensi la mancanza di un senso affinando l’abilità di leggere le parole sulle labbra dei propri cari, o acquisendo la lingua dei segni.

Come ci ricorda Arturo Mariani, la persona diversamente abile ha imparato come gestire la propria situazione, ha già trovato le sue personali e originali soluzioni per adattarsi al meglio all’ambiente che la circonda.

Molti altre storie di vita che ho ascoltato descrivono come le sofferenze mentali non nascano tanto dagli ostacoli fisici che questa o quella mancanza porta con sé, ma dai limiti mentali che originano dal confronto con gli altri, quelli che di diversità sanno poco e niente, e dallo scontro molto forte che avviene tra la persona diversamente abile e l’idea di normalità che la società impone. Il problema di un individuo con disabilità, il più delle volte, non è nel fare ma nel “sentire”. Questo disagio interno nasce, nella maggior parte dei casi, dall’incontro e dal confronto con la "normalità”.  

L’atleta Arturo Mariani, nato con la sola gamba sinistra e poi diventato membro della Nazionale italiana di calcio paralimpico, racconta di aver avuto tante difficoltà che derivavano da dei blocchi mentali. "Sentivo che avrei voluto raggiungere ciò che volevo ma era come se il mondo mettesse in mezzo mille ostacoli tra me e i miei desideri".  Per Arturo inizialmente era impensabile riuscire a praticare quella che era la sua grande passione: il calcio. Poi accadde qualcosa dentro di lui che cambiò completamente le carte in tavola.

 "La protesi che mi aveva accompagnato per anni mi faceva star male", racconta Arturo, "Ma stavo tranquillo perché ero uguale agli altri. Ciò che mi rendeva sicuro era la stessa cosa che bloccava la mia vita. A 17 anni entro in crisi, la mia testa era concentrata solo sulla diversità. Decido allora di essere me stesso e di affrontare il primo giorno di liceo lasciando la protesi a casa. È stato un vero trauma, quando mi sono presentato all’entrata tutti gli occhi erano puntati sulle mie stampelle, ma poi è andata sempre meglio, perché mi sono liberato. La vita è il 10 per cento ciò che ti accade, il 90 per cento è come reagisci. Ogni volta che ci liberiamo delle nostre protesi mentali facciamo una scelta che ci fa stare bene. Nel momento in cui scegli non stai bene, ma passare dal pensiero di "avere un gamba in meno" a quello di "avere una gamba" vuol dire aprire lo sguardo sulle possibilità che la vita offre." Adesso Arturo è un giovane uomo adulto, equilibrato, consapevole che, oltre ad aver scritto un bellissimo libro, riesce attraverso la sua esperienza a lavorare nell'ambito del coaching e a dare coraggio a chi invece è ancora in lotta con il proprio personale calvario.  

 

Daniele Cassioli ed il "Vento Contro" in ognuno di noi

Un grande campione sportivo, con il quale ho avuto la fortuna di collaborare in passato, racconta molto bene questo difficile incontro/scontro della persona disabile con i preconcetti dei quali la nostra società è ancora pienamente intrisa. Daniele Cassioli, vincitore di numerosi titoli mondiali ed europei nella disciplina dello sci nautico paralimpico e autore del libro “Il vento contro”, è non vedente dalla nascita.

Nella sua biografia l’atleta racconta in maniera molto dettagliata quanto sia stato difficile per lui superare l’ostacolo della cecità una volta arrivato all’adolescenza, soprattutto per le implicazioni mentali, emotive ed affettive che questa sua caratteristica portava con sé. Durante un pranzo che abbiamo condiviso Daniele mi ha spiegato quanto per un non vedente dalla nascita sia normale non vedere, ed affinare altri sensi ed altre abilità. Mentre parlavamo e mangiavamo, comodamente seduti al ristorante, captava con facilità i discorsi che provenivano dagli altri tavoli e riusciva ad organizzare una mappa mentale molto precisa dello spazio fisico intorno a lui solamente mettendo insieme le informazioni raccolte con gli altri sensi.

Questo episodio personale, e molti racconti che ho ascoltato in stanza di terapia, mi hanno fatto riflettere molto. La diversità può donare delle difficoltà fisiche e materiali extra a chi la vive, questo è un dato di fatto, ma tolti rari casi dove la gravità della difficoltà compromette in modo serio la qualità della vita, tali deficit sono i più semplici da affrontare e superare. I veri ostacoli sono di tipo mentale e nascono nel momento in cui ci si trova a dover accettare la propria condizione di “diversità”, qualunque essa sia, e a dover gestire le reazioni di chi non è preparato all’incontro con tale dimensione.

Da psicologa mi chiedo se questo vissuto composto da tante emozioni ingombranti non sia un vero e proprio filo conduttore che ci unisce gli uni agli altri come esseri umani. Con buona probabilità l'agro mix di sofferenza, di incertezza e di fragilità ha colto o coglierà ognuno di noi, in una qualche fase della nostra vita, e potrebbe dunque rappresentare lo strumento per  empatizzare più facilmente con l’altro e anche per offrire e chiedere aiuto con più immediatezza.

Il pensiero centrale espresso nel libro di Daniele è che ognuno di noi può sperimentare la sensazione di avere il “vento contro”, di dover superare un limite forte che sentiamo come d’ostacolo alla nostra realizzazione. Per lui questo ostacolo è stato rappresentato dalla cecità e ha dovuto lavorare molto su se stesso per superarlo, e lo ha fatto accettando quel limite, capendo che il vento che si abbatteva su di lui per atterrarlo era lo stesso che poteva sfruttare per prendere il volo esattamente come può fare un aquilone che decolla sfruttando quel movimento dell’aria. Le parole più belle di Daniele sono dedicate a tutti noi, poiché chiunque ha un proprio “vento contro” e ognuno deve decidere cosa farne. 

 

“Se combattiamo un blocco, questo si inasprisce. Ma se lo riconosciamo, lo viviamo e lo accettiamo comincia a sciogliersi.”

Nathalien Branden

 

Quando le difficoltà sono segnali di stop che invitano a riflettere su chi siamo e su cosa desideriamo. Ciò che non uccide fortifica

La difficoltà che ci limita può essere il nostro pretesto per restare a terra, immobili nella lamentela e nel vittimismo, oppure può diventare il nostro personale momento di riflessione su chi siamo e su cosa vogliamo ottenere dalla vita. Per qualcuno questo limite può essere rappresentato da una disabilità, per qualcun altro potrebbe essere la  scelta “contro corrente” di un partner, per altri ancora il colore della pelle. Per qualcuno potrebbero essere le troppe lentiggini, i brufoli che sono spuntati improvvisamente, il troppo o troppo poco seno, l’apparecchio che impedisce di sorridere spontaneamente o quei chili in più che non fanno star bene con se stessi. Il vento contro potrebbe essere l’insicurezza che non permette di credere nelle proprie potenzialità, o la timidezza che mina le prime relazioni importanti. 

Ognuno ha il proprio ostacolo personale fra sé e la felicità, e occorre lavorare seriamente su queste convinzioni limitanti, parlando tantissimo con i più giovani, facendoli confrontare su quelle che sono le loro personali esperienze, donando un supporto psicologico quando serve e soprattutto creando una cultura di dialogo e di accettazione delle differenze. Solo individuando le credenze negative alla base della sofferenza di ognuno potremo aiutare chi è ancora prigioniero del proprio malessere.

 

Note Conclusive

Il mio desiderio è quello di contribuire alla creazione di una cultura basata sul concetto di inclusione. Il mio sogno, quello di molti miei colleghi e di molti amici che si stanno unendo lungo la strada, è quello di poter un giorno aiutare tutti i ragazzi, nessuno escluso, a trovare la propria personale dimensione di unicità e di originalità, e perché no… di felicità. 

Ogni vita vale e ogni uomo ed ogni donna meritano di potersi realizzare al meglio, trovando il proprio senso nella vita e raggiungendo il proprio concetto di felicità.